Ad alcuni pare fuori luogo, peregrina la collocazione di un museo dell’arte contemporanea italiana, a partire da quella tra le due guerre mondiali del ‘900, entro la ex Casa del Fascio di Predappio, sempre che, finalmente, se ne completi il restauro. Sono gli stessi, esclusivamente di sinistra, che, invece, propongono nel monumentale edificio razionalista predappiese la realizzazione di un centro studi sulla storia, la genesi dei totalitarismi.
Sono gli stessi che infondatamente temono la resurrezione del Fascismo e, quindi, giudicano un centro studi sui totalitarismi, istituito proprio nel paese natale del Duce, come un solido presidio contro la distrazione dalla memoria antifascista. Sono gli stessi che si ostinano a restare nostalgici prigionieri del proprio passato resistenziale, quasi col vincolo che ad esso debbano sempre ricondurre, ispirare ogni loro intento politico, ammesso che, a tale scopo, sempre gli stessi siano capaci di pensieri originali e proposte attuali per il nostro domani.
È complessivamente una sinistra patetica, perché cieca e sorda quanto la storia, il mondo, la politica tutta, italiana e no, siano mutati nell’immagine e nei suoni del celere cambiamento. Il Fascismo è finito il 25 aprile 1945 assieme all’Antifascismo, ma quest’ultimo è riuscito forzatamente a sopravvivere con la sua incombente, asfissiante egemonia culturale, solo falsa perché imposta come costrizione da parte del vincitore.
È, quello odierno, un Antifascismo imbarazzato e imbarazzante a mandar giù il boccone amaro della sconfitta ad opera del ritorno al governo, fra l’altro con ampio consenso, degli eredi della destra postfascista, quindi è un Antifascismo riottoso ad accettare una dura e cruda verità storica: quella di essere stato solo militarmente vincitore sul Fascismo, accodandosi all’imprescindibile ruolo delle Forze Alleate, ma di non essere mai riuscito a permeare appieno la condotta, il costume e la coerenza, politici e no, individuali e collettivi degli italiani, scalzando definitivamente la mentalità, la sensibilità, la cultura politica della destra.
Per la sinistra antifascista fare un centro studi sui totalitarismi a Predappio significa perseguire una finalità culturale strumentale e riduttiva, sia perché faziosamente indirizzata sul piano ideologico e politico a interessi particolari, non unanimemente condivisi, sia perché fuori da intenti più universalistici, come rivolgersi ad un pubblico vasto, senza distinzioni od esclusioni di sorta. Nascerebbe, così, il solito, pretenzioso circolino alla Pickwick dell’intellighenzia antifascista con tanto, fine cazzeggio sul risorgente pericolo fascista, rivolto al solito pubblico di saputi e saputelli, pesci paganelli per l’esca infida della sinistra “resistenzaiola e Bella ciao”.
Invece, un museo a Predappio sull’arte italiana contemporanea, a partire da quella tra le due guerre mondiali del ‘900, avrebbe una finalità culturale più estesa, costituendo una nuova vocazione turistica per il capoluogo della Valle del Rabbi, perfettamente integrabile con la memoria storica di Predappio, paese natale di Benito Mussolini e città di fondazione fascista. Non solo, mi spingo oltre, ancora meglio di un museo sarebbe forse un centro di arti visive, così articolato: il precedente museo d’arte italiana contemporanea, grazie al contributo di opere dai depositi dei nostri musei; poi, una sezione fotografica illustrativa del Fascismo, nella quale includere pure la splendida collezione del predappiese Franco Nanni, riconosciuta dallo stato di interesse storico nazionale.
Ancora, una sezione cimelistica sulla prima metà del ‘900, riservata al mondo del collezionismo locale; infine, una sezione di architettura e urbanistica in Romagna tra le due guerre mondiali. I miei sono solo suggerimenti, sicuramente perfettibili se condivisi nello spirito della loro finalità, ma soprattutto sono sollecitati dalla convinzione che soltanto su questa via Predappio possa accrescere e motivare maggiormente la sua offerta turistica tra storia e arte, collezionismo e architettura.
Franco D’Emilio