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Forlì né fascista della prim’ora né marciatrice su Roma

Di Franco D'Emilio Leggilo in 6 minuti
Aggiornato: 22 ottobre 2026
Forlì né fascista della prim’ora né marciatrice su Roma

Tra meno di una settimana ricorrerà il 104° anniversario della Marcia su Roma, evento decisivo dell’avvento del Fascismo al governo del Paese, e, come sempre, assisteremo all’immancabile, ormai anacronistica contrapposizione, acritica e faziosa, per nulla intelligente, ma sicuramente tanto patetica, tra i nostalgici delle camicie nere e i nostalgici dell’antifascismo partigiano. Nell’immediatezza di questa ricorrenza si colloca questo modesto contributo, magari utile illustrare e comprendere quale sia stata l’iniziale dimensione del movimento fascista a livello nazionale e, in particolare, a Forlì.

Innanzitutto, a Forlì il primo Fascio fu costituito nel marzo 1921 per iniziativa di Romolo Fowst, capitano di cavalleria, e dei fratelli Arrigo e Angelo Casanova, il primo capitano di fanteria, il secondo avvocato e, poi, documentato partecipante alla Marcia su Roma. La costituzione avvenne circa un mese dopo che a Cesena il nucleo fascista, organizzato provvisoriamente a giugno 1920, si trasformasse in un definitivo, ben organizzato gruppo dei Fasci di Combattimento.

Nell’autunno successivo, sia il Fascio forlivese che quello cesenate diventarono sezioni periferiche del Partito Nazionale Fascista (PNF), fondato il 9 novembre 1921 a Roma durante i lavori del terzo congresso nazionale dei Fasci, appunto dal 7 al 10 novembre. La nascita del PNF segnò decisamente lo spostamento a destra del movimento fascista su posizioni di crescente fermezza nazionalista e autoritaria contro la sinistra e ogni opposizione democratica, quindi in marcato distacco dalla prossimità agli ideali repubblicani e a certe idealità socialiste, invece presente nell’ambito dei precedenti Fasci di Combattimento.

Conseguenza immediata della fondazione del PNF, fortemente connotato nel suo autoritarismo di destra, fu il mancato, totale travaso di militanti dai disciolti Fasci di Combattimento. Dei 312.000 aderenti ai Fasci solo 151.000, praticamente la metà, transitarono nel PNF e questo comportò un evidente mutamento della tipologia delle classi sociali rappresentate: innanzitutto, la grande proprietà agraria; di seguito, la piccola e media borghesia; poi, la diffusa, seppur minima, proprietà artigiana e contadina. Queste le dominanti protagoniste sociali ed economiche del PNF, tanto da esprimerne quasi il 75% della dirigenza nazionale e locale.

In barba alla “forlivesità” di Mussolini, nato nella vicina Predappio sulle prime colline, e, dunque, a conferma quanto, perlopiù, nessuno sia profeta in patria, la nostra Forlì, al pari di gran parte della Romagna, non fu affatto culla del Fascismo e tardò ad accoglierne lo sviluppo, il consolidamento. Realtà questa pienamente confermata dal fatto come ad aprile 1922, sei mesi prima della Marcia su Roma, tra Cesena, Forlì e Rimini, si contassero soltanto sei gruppi, organizzati e riconosciuti, del nuovo PNF per una complessiva dotazione poco sopra i 500 iscritti, davvero poca cosa rispetto al numero maggiore di militanti, attivi nelle fila socialiste e comuniste.

Questo totale di 500 militanti fascisti risulta, fra l’altro, compatibile con i 402 nomi verificati del Ruolino degli Squadristi della Provincia di Forlì nel 1919, pubblicato da Il Popolo di Romagna il 28 marzo 1939, nella ricorrenza del ventennale della fondazione dei Fasci di Combattimento il 23 marzo 1919; in tale elenco 57 gli squadristi certificati di Forlì, 47 quelli di Cesena, 38 quelli di Rimini e, infine, tanto per girare ancora il dito nella piaga di chi mancato profeta in patria, appena 4 gli squadristi di Predappio, paese natale del Duce.

Inoltre, sulla base della documentazione storica disponibile appare molto rilevante come sul totale nazionale di circa 16.000 fascisti coinvolti, solamente 12 camicie nere della Romagna forlivese risultino tra i partecipanti sicuri alla Marcia su Roma: Luigi Pini di Cesena; poi, Celso Assirelli di Dovadola; quindi Angelo Casanova, Guido Gentili di Forlì e Illide Angelini di Forlimpopoli; ancora, Tullio Casalini, Giuseppe Grossi, Corso Piancastelli, Vincenzo Ravaglioli e Giuseppe Viarani di Modigliana; infine, Francesco Cerofolini e Antonio Fontana di Santa Sofia. Tutta qui la Romagna forlivese, gloriosamente in marcia al grido di “O Roma o Morte!”

Tuttavia, sia a livello nazionale che forlivese, sopperendo, in tal modo, alla propria inferiorità numerica e organizzativa, il Fascismo costruì la sua ascesa al potere principalmente con la violenza intimidatrice, devastatrice delle proprie squadre d’azione contro ogni avversario. Violenza sempre più sfrontata e impunita: ad esempio, il 17 aprile ’21 a Forlì l’assalto al caffè, solitamente frequentato da numerosi militanti comunisti; quasi un mese dopo, il pianificato attacco, “purgativo dei rossi di Meldola”; il 1° maggio ’22, l’aggressione “con la persuasiva carezza del bastone” al corteo celebrativo dei lavoratori.

Questa condotta aggressiva, spesso feroce, sempre illegale, sovente agevolata dalla sottintesa o manifesta complicità di organi dello stato, sino alle prefetture e alle questure; inoltre, armata, sostenuta generosamente dal latifondismo agrario, come nella premura del forlivese conte Ercole Gaddi Pepoli, pure tanto sollecito nella sua adesione al PNF e, per tutto questo, nel 1927 ricompensato dal Fascismo con la nomina a primo podestà di Forlì.

Né può tralasciarsi quanto, ovunque, l’illegalità fascista abbia trovato un ideale brodo di coltura nell’indifferenza qualunquistica e in quel moderatismo politico, repubblicano e cattolico, illusosi, fino al governo di coalizione di Mussolini del 31ottobre ’22, di poter recuperare il Fascismo ai valori democratici.

Al riguardo, come dimenticare, all’indomani della Marcia su Roma, le entusiastiche parole del poeta ed esponente repubblicano Aldo Spallicci: Noi non vediamo in voi dei fascisti, ma degli italiani. Oggi trionfa l’Italia degli italiani!

Altrettanto, non può dimenticarsi come dalle pagine del loro settimanale Il Momento del 4 novembre ‘22 i cattolici forlivesi manifestassero solidarietà e fiducia al governo Mussolini, appena costituito. Il 1923 fu a Forlì l’anno di svolta dei rapporti del Fascismo con i repubblicani e i cattolici, ai quali s’impose la scelta grave e definitiva: o l’accettazione del nuovo ordine politico o l’inclusione tra i nemici dello stato mussoliniano. La scelta divise gli uni e gli altri, lasciando, sia nel movimento repubblicano che in quello cattolico, ferite difficili a cicatrizzarsi, pure dopo la fine del Fascismo e della guerra.

Franco D’Emilio

L'autore

Franco D'Emilio
Franco D'Emilio

Origini toscane, ma forlivese d’adozione dal 1986, per 38 anni funzionario scientifico del Ministero della cultura nel settore degli archivi, biblioteche e dei beni artistici, storici. Curatore di numerose mostre storico-documentarie d’iniziativa pubblica e/o privata. Autore di pubblicazioni prevalentemente sulla storia italiana contemporanea. Collaboratore di testate giornalistiche ed agenzie di stampa, locali o nazionali.

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