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Diga di Ridracoli, i fanghi sul fondo e la manutenzione che manca: serve davvero una seconda diga?

Tra sedimenti, costi e sicurezza della struttura, la crisi idrica chiede risposte su come viene gestito l’invaso esistente prima di pensare a un’altra opera

Di Franco D'Emilio Leggilo in 3 minuti
Aggiornato: 6 novembre 2026
Diga di Ridracoli, i fanghi sul fondo e la manutenzione che manca: serve davvero una seconda diga?

Si discute da giorni sulla necessità di costruzione in Romagna di una seconda diga per sopperire alla sete dei territori romagnoli, ora in pericolo per l’andamento siccitoso del cambiamento climatico. A sostegno di questo possibile, nuovo progetto, lo ha fatto stamani anche Marco Bilancioni, valente caposervizio della redazione forlivese del Resto del Carlino, rispondendo ad una lettera nella rubrica Noi Forlivesi, si afferma che gli ultimi 4-5 milioni di metri cubi d’acqua della Diga di Ridracoli, uno sproposito, non possono essere potabilizzati e immessi nella rete idrica perché troppo vicini al fondale, fra l’altro solitamente più sporco, guarda un po’ che combinazione, proprio negli invasi artificiali.

Affermazione, questa, che non convince affatto, innanzitutto considerando alcuni punti fondamentali, guida nella progettazione della Diga di Ridracoli. L’opera fu completata nel 1982 con sbarramento ad arco-gravità, la cui longevità oltre i 100 anni veniva assicurata da due fattori: in primo luogo, il moderno monitoraggio continuo, appositamente previsto, della sua struttura; in secondo luogo, la garanzia del minimo interramento ovvero accumulo di fango e detriti sul fondo.

Proprio ai fini del minimo interramento la Diga di Ridracoli fu realizzata in un’area del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, particolarmente ideale per la sua estesa e fitta copertura arborea, capace di ridurre drasticamente l’erosione del terreno di sponda, quindi l’apporto di sedimenti al fondo del lago artificiale. L’amara, innegabile, verità, come già emergeva da un’analisi dello Studio Ambrosetti del 2024, è che la Diga di Ridracoli va compresa con gli altri importanti invasi italiani per il mancato utilizzo complessivo di circa 6,5 miliardi di metri cubi d’acqua. 

Questo inutilizzo è dovuto alla scarsa manutenzione, principalmente l’accumulo di detriti sul fondo, che riduce, appunto, dal 33% al 48% la potenzialità d’accumulo d’acqua di 14,6 miliardi di metri cubi di tutti gli invasi considerati. Eppure, la Diga di Ridracoli, al pari di tanti altri invasi, deve essere costantemente pulita dei detriti sul fondo poiché tale operazione è rigorosamente fondamentale per la sicurezza della struttura, il funzionamento degli scarichi di fondo e il mantenimento della capacità di riempimento.

Tre le tecnologie di pulizia in uso: dragaggio meccanico subacqueo da strutture galleggianti; oppure svaso totale o parziale del bacino per agevolare la rimozione dei detriti; o, ancora, soluzione recente e molto più sostenibile dal punto di vista ambientale ed energetico, uso di particolari robot subacquei, sino a 80 metri di profondità guidati da remoto per la rimozione dei fanghi. C’è da chiedersi quando e con quale periodicità tale pulizia dei fondali della Diga di Ridracoli sia stata e sia tuttora effettuata da Romagna Acque. 

Certo, ci sono costi non indifferenti, ma questo obbligo di manutenzione e sicurezza deve, comunque, essere soddisfatto, non sacrificato dalla logica del profitto, tanto più perché già previsto, anche in proiezione, al momento della progettazione dello stesso invaso. In Italia esistono dighe che raramente vengono pulite o, addirittura, mai lo sono state dal momento della loro costruzione: questo con grave pregiudizio della loro sicurezza, anche rispetto ai territori circostanti, e con una costante riduzione della capacità d’invaso. Occorre vigilare: prima di costruire una seconda diga meglio sincerarsi che funzioni  e sia mantenuta appieno quella già esistente.

Franco D’Emilio

 

L'autore

Franco D'Emilio
Franco D'Emilio

Origini toscane, ma forlivese d’adozione dal 1986, per 38 anni funzionario scientifico del Ministero della cultura nel settore degli archivi, biblioteche e dei beni artistici, storici. Curatore di numerose mostre storico-documentarie d’iniziativa pubblica e/o privata. Autore di pubblicazioni prevalentemente sulla storia italiana contemporanea. Collaboratore di testate giornalistiche ed agenzie di stampa, locali o nazionali.

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