Quando le idee, il pensiero, soprattutto la coerenza sono fragili, non rispondendo affatto alla logica, alla riflessione sui tempi odierni, maturati anche attraverso esperienze drammatiche del passato, come la guerra civile tra fascismo e antifascismo, allora si cerca di mascherare questa complessiva debolezza. Magari con la nostalgia in camicia nera di ciò che è stato e non è più o con quella rivoluzionaria in camicia rossa di ciò avrebbe potuto essere e, per la fortuna di tutti, lo sottolineo, di destra o di sinistra non importa, non è mai accaduto, perché costretto, al massimo, ad accontentarsi del mediocre moderatismo borghesuccio da centrosinistra.
Così, a Predappio, dopo la consueta carnevalata fascisto-nostalgica, anche quest’anno anticipata sulla data del 28 ottobre, ricorrenza della Marcia su Roma, perché quest’ultima collocata in giornata infrasettimanale, lavorativa, domani sera è di turno la nostalgia antifascisto-resistenzialpartigiana, parimenti patetica, celebrativa di quanto mai accaduto ovvero la liberazione del paese natale del Duce ad opera della Resistenza, guarda caso lo stesso giorno della fatidica marcia mussoliniana, ma, in verità, soltanto falsità sulla vera liberazione predappiese alla data del 27 ottobre ‘44 per mano dei soli, valorosi soldati polacchi, poi abbandonati al destino di vedere la patria finire sotto la dittatura comunista sovietica.
All’irriducibile “Boia chi molla” e al “Presente!” del ritrovo cameratesco fascista di domenica scorsa domani sera replicheranno gli altrettanto stantii “Ciao bella ciao” e “Ora e sempre Resistenza”, magari attualizzati dalla stupidità di qualche insensato “Meloni fascista!”. Appuntamento, dunque affrettatevi perché il numero delle seggiole disponibili è di gran lunga inferiore al numero dei culi accorrenti dal “campo largo”, domani alle ore 19,00 al Circolo Arci predappiese: certo, non un’esaltante Casa del Popolo, ma, si sa, la sinistra postcomunista, ormai avvezza a far buon viso a molta cattiva sorte, da tempo sa accontentarsi di tanto pan bagnato al posto di gustosa zuppa.
In programma la consueta “tagliatella antifascista” a menù fisso, all inclusive a 25 €, promossa dall’Anpi di Forlì, associazione di sopravvissuti partigiani forlivesi senza più nemici fascisti da rimandare nelle fogne. Associazione perciò solo funereo, lugubre sodalizio, guidato o, forse, meglio dire manipolato dal solito capetto, persino irrimediabilmente fuori dal “physique du role” dell’agile combattente partigiano. Che dire, una grottesca anticipazione della festa di Halloween in chiave partigiana? Difficile dirlo, non riuscendo a capire dove stia la soddisfazione dell’abituale richiesta “Dolcetto o scherzetto?”.
Domani sera, nel menù partigiano predappiese si inizierà con gustosi crostini: probabilmente esclusi quelli di fegato, troppo rievocativi della cronica epatite della sinistra, causata dalla schiacciante vittoria della Meloni nel ’22. A seguire, immancabili tagliatelle al ragù, sugose e, per dirla alla bolognese, vera bazza per mandare giù il boccone, ancora di traverso, della prevalente destra postfascista al governo. Quindi, salsicce con patate, tra loro sempre piacevolmente conciliabili, tanto ogni salsiccia tira dietro alla patatina: tutto innaffiato da rosso partigiano, pure sulla ciambella senza buco centrale, poiché nefasto richiamo del buco “nero” nel quale precipitata pateticamente tutta la sinistra senza bussola del “campo largo”.
Alla fine, palpebra già in calo sotto l’effetto etilico del rosso partigiano e stomaco altalenante tra reflusso esofageo e il difficile imbocco intestinale di tanto menù partigiano, seguirà la rappresentazione, inevitabilmente soporifera da digestione post cena, di “Venti medaglie” per rinverdire la memoria di alcune donne, protagoniste della Resistenza italiana. L’epica celebrativa partigiana, addirittura al femminile, davvero inopportuna a svolgersi sul filo del ruttino digestivo in pennicanza, appena soffocato dal bon ton. Sospesa tra il rosso e il nero di tanta, solo pacchiana nostalgia, Predappio meriterebbe sicuramente molto di meglio.
Franco D’Emilio