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La cultura forlivese tra accoglienza, Palazzo Albertini e professore Balzani

Di Franco D'Emilio Leggilo in 4 minuti
Aggiornato: 31 ottobre 2026
La cultura forlivese tra accoglienza, Palazzo Albertini e professore Balzani

Da due giorni a Forlì, giro nella vana ricerca di un segno, anche minimo, che qualcosa abbia cambiato in meglio la città, soprattutto fuori dalle problematiche ordinarie e straordinarie che l’affliggono, al pari di tante altre realtà cittadine italiane. Sempre più desolante e inarrestabile la desertificazione antropica e commerciale del centro storico forlivese: tante le vetrine vuote, occhi sbarrati di cessate attività, spesso con l’amarezza della scomparsa di negozi di lunga tradizione familiare.

Difficile nei migliori bar/caffè del centro storico trovare, all’interno o all’esterno, un posto per sedersi, consumare, magari chiacchierare serenamente, dato l’elevato numero di vocianti immigrati, pure di seconda generazione, occupanti a scrocco i tavolini, abusando della tolleranza, sicuramente forzata, dei gestori. In alcuni angoli di Piazza Saffi e Piazza delle Erbe oppure lungo corso Diaz e corso Garibaldi, solo per fare qualche esempio, Forlì assomiglia sempre più a un suk con gli odori, i volti bruni e le voci gutturali, faringee della lingua araba.

Piaccia o no, vera o falsa la cosa agli occhi di chi obiettivo o chi, invece, volutamente cieco, Forlì è sempre più toccata dall’invasione etnica che si estende, penetra per sostituirsi gradatamente a noi italiani denatalizzati, costretti all’accoglienza. Presto non ci resterà neppure l’esclusiva della nostra amata e gloriosa cultura, basta pensare a come subdolamente si insinua, pure nel forlivese, la pseudociviltà giuridica dei tribunali islamici, approfittando dei vuoti e del pressapochismo della politica e dell’amministrazione. Tutto questo fa scena miserevole alla decadenza culturale forlivese.

In Piazza Saffi, volutamente, sono andato a vedere e fotografare a che punto fosse il recupero di Palazzo Albertini, iniziato ufficialmente a gennaio 2021, quindi ora già oltre la ricorrenza del suo lustro di grande incompiuta. I lavori continuano e, a seconda dei termini di contratto con ogni appaltatore, dovrebbero, il condizionale è d’obbligo, considerata la sinora scarsa affidabilità amministrativa sottesa, concludersi il prossimo 14 novembre e, via via, entro dicembre ‘26, poi gennaio e febbraio ’27. Finora, una vergognosa via crucis di slittamenti e sospensioni dei lavori, assecondata dall’inefficienza e scarsa fermezza dell’odierna amministrazione forlivese.

Ai pazienti forlivesi, in attesa di riappropriarsi di Palazzo Albertini, non resta che rivolgere al tentennante sindaco Zattini il ciceroniano interrogativo “Quo usque tandem abutere, Zattinie, patientia nostra?” (“Fino a quando, Zattini, abuserai della nostra pazienza?”, N.d.A.). Per fortuna, però, c’è una speranza tangibile e di provato valore per la rinascita complessiva della cultura forlivese, alla quale, fra l’altro, il protagonista di questa nuova fiducia non ha mai fatto mancare il suo fattivo contributo di intellettuale e studioso, di docente universitario e amministratore pubblico: la nomina del prof. Roberto Balzani a membro del Consiglio superiore dei beni culturali, organo del Ministero della cultura.

Innanzitutto, pur nella convinzione che il prof. Balzani saprà con grande competenza assolvere il nuovo incarico, a lui l’augurio di buon lavoro, soprattutto di riuscire a scuotere il Consiglio nazionale dei beni culturali dalla sua abituale condizione di torpore e acquiescenza al governo e al ministro della cultura in carica. Condizione di torpore e acquiescenza che deriva dalla natura e dalla finalità stessa del Consiglio nazionale, quale organo soltanto consultivo, quindi chiamato ad esprimere pareri obbligatori o facoltativi, ma mai strettamente vincolanti sulla materia dei beni culturali. 

In questo ambito dovrà battersi e misurarsi il nostro professore ed ex sindaco. Non è un compito facile il nuovo incarico di Roberto Balzani, ma sicuramente egli saprà con la sua presenza e le sue proposte scuotere il Consiglio nazionale dei beni culturali, sinora organo pletoricamente a mezzo servizio nel grigiore burocratico del Ministero della cultura.

Franco D’Emilio

L'autore

Franco D'Emilio
Franco D'Emilio

Origini toscane, ma forlivese d’adozione dal 1986, per 38 anni funzionario scientifico del Ministero della cultura nel settore degli archivi, biblioteche e dei beni artistici, storici. Curatore di numerose mostre storico-documentarie d’iniziativa pubblica e/o privata. Autore di pubblicazioni prevalentemente sulla storia italiana contemporanea. Collaboratore di testate giornalistiche ed agenzie di stampa, locali o nazionali.

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