Gli archivi, pubblici e privati che siano, non deludono mai e spesso, imprevedibilmente, rivelano sorprese o conferme della storia nazionale e locale. Ancora di più, tutto questo, quando le rivelazioni, relative alle vicende di un personaggio storico dello stesso territorio del ricercatore, provengono da un’inaspettata fonte archivistica.
Ieri nel solito archivio storico familiare, sospeso a Roma sopra i tetti di Campo dei Fiori con la statua di Giordano Bruno, ho visionato sorprendentemente documenti su Aurelio Saffi, protagonista forlivese di tanta storia del nostro Risorgimento e, sopra, raffigurato in un suggestivo dipinto. Imprevedibilmente a Roma, non a Forlì, ho così trovato tracce dell’illustre patriota romagnolo e, per giunta, nello stesso archivio dove, pochi giorni fa, consultando carte sulla Guerra di Libia del 1912, ho recuperato la memoria dell’eroico bersagliere forlivese Pietro Bonavita.
In un faldone di cartone e tela grigi, contrassegnato “Brigantaggio”, un cospicuo numero di carpette, più o meno gonfie di documenti, perlopiù diversamente datate per anno: solo tre intestate “AS-VIII”, chiuse con fettuccia chiara, incrociata e stretta da un nodo. Sfilandole dal nastro e consultando quelle carpette, ho compreso come AS stesse per Aurelio Saffi e VIII indicasse la prima legislatura del Regno d’Italia, così contrassegnata solo per ribadirne la continuità con le sette del precedente Regno di Piemonte e Sardegna.
Il nostro Aurelio Saffi era stato appunto eletto deputato del Regno d’Italia per l’ottava legislatura, dal 18 febbraio 1861 al 7 settembre 1865, in rappresentanza del gruppo parlamentare della sinistra storica estrema e, tale, era stato chiamato a far parte della prima commissione d’indagine sul brigantaggio nel Regno d’Italia, dal 29 novembre 1862 al 27 luglio 1863. Quanto agli atti nelle tre carpette “AS-VIII” risulta, quindi, costituito da copie di dichiarazioni, di atti riguardanti l’attività del commissario d’indagine Aurelio Saffi, comprese talune informative sullo stesso da parte della polizia, ma non mancano neppure trascrizioni di lettere personali, esplicite sul tema del brigantaggio.
Molto significativo lo stralcio di una lettera di Saffi alla moglie Giorgina Craufurd, pochi giorni dopo la nomina a commissario: “La natura del brigantaggio è essenzialmente sociale e, per accidente, politica. La causa radicale e permanente è la misera condizione de’ braccianti lavoratori delle campagne e de’ pastori.” Parole queste perfettamente coerenti con l’esplicita posizione di Saffi commissario d’indagine che più volte mette sotto accusa “il principio della dominazione piemontese, la smania di piemontizzare il Sud. … Questa è invasione, non unione, non annessione.”
Sul tema del brigantaggio è netta la contrapposizione tra Saffi e la destra al governo. Quest’ultima minimizza, parla solamente di volgare e tipica criminalità del mezzogiorno oppure di pericolosa organizzazione di gruppi sbandati del disfatto esercito borbonico o, magari, di associazione di entrambe le realtà. Al contrario, Aurelio Saffi coglie le radici del brigantaggio nell’insofferenza, sino alla rivolta sociale e armata, di parte della popolazione del Sud, già vessata e oppressa dai Borboni, poi delusa, tradita, anche militarmente e con tanto sangue repressa dal Regno d’Italia nelle sue aspettative di riscatto e rinascita.
Dall’esame dei documenti pare chiara, di grande onestà politica la posizione di Aurelio Saffi. Innanzitutto, perché consapevole di essere stato eletto deputato nel collegio di Acerenza in Basilicata, regione d’azione dei briganti Carmine Crocco e Giuseppe Summa, detto Ninco Nanco. Poi, perché obiettivamente memore delle vane, ma coraggiose denunce delle vere cause del brigantaggio, espresse precedentemente e distintamente nell’autunno 1861 da due suoi colleghi deputati: Francesco Proto, duca di Maddaloni, parlamentare della destra al governo; Giuseppe Ferrari, storico, filosofo e repubblicano federalista, invece rappresentante della sinistra.
In modo particolare, dall’esame dei documenti si apprende la piena contrarietà di Saffi “al proposito insano del governo del Regno di ricorrere, sino all’abuso, alla sospensione delle garanzie dello Statuto Albertino nel Mezzogiorno d’Italia”. Per questo inevitabile il severo sgomento di Saffi per l’emanazione della Legge n. 1409 del 15 agosto 1863, Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Province infette: “provvedimento che solo reprime, non intende e fugge.”
Chissà cosa mai dall’alto della sua candida statua a Forlì pensa oggi il paterno Saffi dei tanti briganti, arnesi e voltagabbana della politucola nazionale e locale?
Franco D’Emilio