Forlì celebra, rievoca il Risorgimento, i suoi valori solidali di riscatto e indipendenza per l’unità nazionale. Nella nostra, attuale città c’è voglia di risorgere su nuovi concreti orizzonti, oltre la punta del proprio naso: tanto più nella memoria, nel segno di quel patriottismo, di quella tradizione liberaldemocratica, soprattutto il movimento mazziniano e repubblicano, che profondamente hanno segnato e segnano la storia forlivese, il suo imprinting politico.
L’Italia intera, in questi stessi giorni, oltre trecentomila le copie vendute ad appena quattro giorni dall’uscita in libreria, tributa grande successo all’ultima fatica di Aldo Cazzullo “Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento”. Si chiami rinascita o risorgenza, c’è un diffuso, motivato desiderio di spalancare porte, finestre delle case e, in particolare, delle stanze del potere ad aria nuova, salubre, tonificante le menti, quelle capaci davvero di ideare e costruire.
Bisogna stare attenti. Spesso, è lo stesso sistema, pure con i giornalisti, gli scrittori, le sue amministrazioni di diverso livello, a pilotare l’auspicio di risorgimento o rinascimento, ma credo valga sempre considerare ogni minima possibilità di aspirazione a nuova vita. Saranno, eventualmente, le vicende a dimostrarci quanto, ad esempio, le ultime celebrazioni forlivesi del Risorgimento abbiano corrisposto nuovi sentimenti di risorgenza dei cittadini o, invece, siano state soltanto l’ennesima esibizione del Comune in una plateale, piazzaiola, pretestuosa carnevalata, forse irriflessiva, speriamo non manipolatrice, a spese della storia.
La speranza è ultima a morire, io stesso spero, sempre e ostinatamente, che un rinascimento o un risorgimento sia possibile per tutti, persino per quelle teste, poco più di una rapa, dalle quali, solitamente, si tenta invano di cavare del sangue. Non mi arrendo, come il filosofo Lucio Anneo Seneca: Etiam si metus plura argumenta habebit, tu spem lige ovvero “Anche se il timore avrà più argomenti, tu scegli la speranza”. Non sfoggio affatto un inutile latinorum di manzoniana memoria, ma richiamo la saggezza romana di non cedere le armi, come, al contrario, sono stato stamani tentato di fare sul bus 3 verso la stazione di Forlì per tornare a Roma.
Tentazione, lo confesso, accompagnata dalla voglia di prendere a sberle uno sbarbatello studente del nostro Liceo Scientifico, infatti sceso alla fermata Centro Studi. Sollecitato da una compagna, “Hai visto che roba quella povera prof a Roma?”, sulla notizia dell’insegnante, accoltellata da uno studente tredicenne in una scuola media del quartiere Centocelle, l’imberbe tagliava corto senza mai togliere sguardo e mani dal telefonino.
“Primo, se l’è cercata con due debiti allo studente, capirai storia e italiano; secondo, chi glielo fa fare di rompere i coglioni con il suo lavoro di merda, infatti con stipendio di merda; terzo, vittima è solo lo studente preso per il culo da una scuola che insegna cose inutili. A proposito, se hai fatto gli esercizi di latino, dopo me li passi, ieri non avevo voglia, meglio cercare figa e farsi qualche canna.” Tutto questo ad alta voce, come nessuno ci fosse attorno e sempre a testa bassa, scrollando il cellulare. Mi sono chiesto se tanta promessa forlivese possa annoverarsi in un rinascimento o risorgimento, magari prossimo, della nostra Forlì.
Franco D’Emilio