liceo artistico forli

Spiace, e anche delude, constatare che la sede del Liceo Artistico e Musicale Statale forlivese è ancora scorticata, “spellata”, senza il suo originario rivestimento a causa di un intervento di messa in sicurezza delle facciate esterne. Sono, infatti, passati diversi anni da quando una ditta, probabilmente su incarico pubblico (non conosco i dettagli), intervenne per rimuovere il rivestimento superficiale esterno che, evidentemente, in alcuni punti si stava staccando con gravi rischi per chi frequenta l’istituto e i passanti occasionali.
Nei fatti, la quasi totalità della facciata che prospetta viale Salinatore, risulta a nudo e in altre porzioni, soprattutto in corrispondenza degli architravi delle finestre, si notano gli ammanchi.

L’intervento di rimozione del rivestimento, curiosamente, mette però in evidenza soluzioni tecniche adottate ai tempi e fa anche comprendere alcuni dettagli tecnici di notevole interesse. Uno fra tutti il fatto che i pluviali sono realizzati con elementi in cotto ceramizzati, fissati con zanche importanti perché, vista l’altezza, non collassassero per il peso proprio; sono facilmente visibili da chiunque. Semplice anche notare che nel comporre la trama della muratura, lo spazio occupato dalla colonna dei singoli pluviali era già previsto in fase di “apparecchiatura” così evitando la realizzazione delle tracce.

Ancora, un dettaglio tecnico, ma a mio avviso utile a interpretare le architetture del novecento ovvero il fatto che il rivestimento rimosso, o smontato, non è costituito da listelli in cotto ma da un materiale specifico che al tempo fu chiamato “litoceramica” o anche “italklinker”. Più resistente del cotto per tipo di argilla, impasto e cottura, fu sperimentato una primissima volta, in Italia, nel 1933 nel Palazzo dell’Arte di Milano, per offrire ai progettisti un materiale alternativo alla pietra e più duraturo del semplice intonaco. Lo stesso materiale l’ing. Arnaldo Fuzzi lo usò in tanti altri edifici fra cui, anche, la ex Casa del fascio a Predappio.

A parte questi aspetti meramente tecnici, per me interessanti ma, forse, non per tutti, la vista di quelle pareti spogliate del loro rivestimento è imbarazzante perché, nonostante il tempo passi inesorabilmente, nessuno ha ancora provveduto al necessario ripristino. Questa segnalazione non solo per il fatto che l’ammaloramento del cemento armato è, così, fortemente accelerato, perché direttamente esposto agli eventi atmosferici, ma perché penso agli studenti che si recano a lezione e vedono l’incuria davanti ai loro occhi. In aula, docenti sicuramente preparati gli parlano di arte, di colori, di composizione, di armonia, di sezione aurea, di sperimentazione, di inclusione, di contaminazione e di chissà quante altre cose splendide, accompagnate dal suono composto di altrettante armonie e bellezze, per poi constatare che il contenitore non è stridente col contenuto.

Stupisce anche che attive realtà dal valore internazionale che hanno a tema l’arte e le architetture create durante i totalitarismi, non abbiano dato segnali in difesa di un interessante, forsanche prezioso, edificio razionalista del nostro panorama forlivese. L’edificio è, infatti, segnalato e pubblicato, perché, giustamente, ha un interessante soluzione d’angolo concava dell’ingresso, valorizzata da due lesene verticali, trabeate, che insieme formano il simbolo matematico del pi-greco sottolineando la funzione dell’edificio.
La scuola fu immaginata sul finire degli anni ’30 del secolo scorso e fu localizzata in un’area nei pressi di Piazzale Ravaldino rivolta alle esigenze degli abitanti dei popolosi quartieri sorti nelle vicinanze.

Inizialmente il progetto fu affidato all’ing. Elio Danesi ma in corso d’opera gli subentrò, con molta probabilità, l’ing. Arnaldo Fuzzi, ai tempi famoso e valente progettista, fra i primi forlivesi ad avvicinarsi al Razionalismo e farne propri i principi compositivi e tecnici, lasciando evidenti testimonianze nel forlivese. Del progetto della scuola, dedicata a Sandro (Alessandro) Italico Mussolini, nipote del più famoso Benito Mussolini, abbiamo i documenti d’archivio che narrano il fatto che non fu immaginata come semplice scuola ma anche con annessa colonia elioterapica. Quindi una scuola articolata e complessa, con la copertura piana e spazi per godere dei, gratuiti, raggi solari.
Nel dopoguerra gli fu cambiato il nome e divenne la “Scuola elementare Melozzo degli Ambrogi” che tanti forlivesi ricordano di aver frequentato.
Speriamo si intervenga a breve per ricomporre le facciate originarie…
(foto del 2017)

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.