palazzina Orsi Mangelli

Forlì fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento fu una delle prime città più industrializzate d’Italia e molto fiorente era il mercato dei “bachi da seta” perché dalle nostre parti cresce facilmente il gelso le cui foglie ne sono il principale nutrimento. Di conseguenza, si svilupparono le filande fra cui la Maiani, ancora la Bonavita per la lavorazione dei feltri e, in ultimo, la S.A. Orsi Mangelli che iniziò a sorgere nel 1926 per volontà dei Conti Raffaele e Paolo Orsi Mangelli. Progettata e immaginata per la filatura della seta artificiale, lo stabilimento fu condotto a termine dalla Ditta Zezi e Zonati di Milano, una delle imprese più specializzate in Europa in questo ramo tessile, che lasciò il preposto sig. Carlo Galletti per avviarne e seguire l’impianto.

Immaginata per produrre giornalmente circa 1.500 kg in media di seta giornaliera ai tempi era considerata la migliore sul mercato e la superficie occupata dai fabbricati, di cui molti a due piani, era di 14.000 mq. e già studiati per rendere possibile l’ampliamento dei medesimi in caso di raddoppio della produzione. Dalle cronache del tempo si legge che gli stabilimenti furono realizzati dall’attigua forlivese ditta Benini Cav. Ettore e che il progettista capo, ing. Vincenzo Lami, dovette superare non poche difficoltà perché alcuni solai furono sottoposti a sforzi variabili dai 2.500 kg. ai 7.500 kg. per mq.
La palazzina uffici, realizzata anch’essa dalla Benini, dal prospetto simmetrico e curato, tuttora esistente, è caratterizzata da un portale di accesso centrale, dove un tempo passavano i binari per il commercio su ferro dei materiali da lavorare e lavorati, innestandosi nelle vicinanze della nuova stazione sulle arterie principali ferroviarie.
Sorta per produrre la seta artificiale chiamata rayon, o raion, nel 1929 la Orsi Mangelli costituì insieme a partner belgi la SIDAC, Società Italiana Di Applicazione della Cellulosa per produrre carta trasparente viscosa chiamata cellofane, per contrastare l’americano nylon.

La società cambia denominazione nel 1934 e diviene la Società Azionaria Orsi Mangelli (SAOM) e continua ad ampliarsi. “La Mangelli” però, crebbe nel tempo quasi a dismisura tanto da occupare un intero quartiere per una superficie di circa 6 ettari e circa 2.000 operai; ma perché questo avvenne proprio a Forlì e sulla base di quali condizioni?
Quando fu fortemente incentivata la produzione autarchica nazionale, nel dicembre del 1936 fu organizzato a Forlì il I° Convegno Nazionale delle Fibre Tessili con la conseguente prima Mostra Nazionale delle Fibre Tessili cui partecipò il Segretario del Partito Achille Starace, Presidente del Convegno, il Ministro Rossoni e tantissimi altri provenienti da tutta Italia. Fu quindi a Forlì che si decisero, in una due giorni molto intensa, le direttive nazionali per incrementare e la produzione e l’utilizzo delle fibre tessili naturali e artificiali italiane come anche il cercare di eliminare l’importazione della cellulosa dalla Germania, in particolare, e aumentare la piantumazione dei pioppeti, che la producono, alla ricerca dell’autonomia produttiva dell’intero ciclo.

La mostra, allestita all’Istituto Sperimentale di Agraria “Arnaldo Mussolini” in Piazzale della Vittoria, vide esposti i campioni dei più variegati filati dalle sete, alle jute, ai cotoni, alle canape, ai lini, ai filati ottenuti dalle ginestre oltre a tutti quelli di tipo artificiale e misto fra lane e fiochi di rayon e altro. Una parte dedicata ai nuovi macchinari fra cui la prima macchina italiana per la sgranatura del fiocco di cotone e, altre, dedicate alle stoffe per l’Aeronautica che vedono soppiantato il lino per la canapa.
Sul finire dello stesso anno la mostra fu visitata anche da Mussolini che, ricevuto un contributo a favore dell’Impero, destinò £. 50.000 per la costituzione di un Ente per il Tessile Nazionale, cui si unì il contributo di altre £. 50.000 da parte del Conte Paolo Orsi Mangelli; l’ente fu effettivamente istituito con R.d.L. n° 1057 del 24 aprile 1937 e la sede scelta fu Roma, non Forlì, e denominato, appunto, Ente del Tessile Nazionale.

L’Orsi Mangelli entra in crisi nei primi ani ’40 a causa della carenza di materie prime ma si riprese nel dopoguerra poiché non fu colpita dai bombardamenti del ’44 ma, ancora, nel 1949 inciampò nella scia di scioperi ed agitazioni del forlivese a cesenate ed essendo gli impianti a ciclo continuo ciò procurò particolari danni e disagi. Con alti a bassi, crisi e chiusure parziali, la produzione continuò fino al 1993 per poi chiudere definitivamente e nel 1999 tutta l’area fu inserita in un programma di riqualificazione che prevedeva la demolizione dell’intero complesso produttivo con l’accordo di conservare la palazzina uffici, alcuni fabbricati e la ciminiera.

Di tutta questa storia, della ricerca che riempie pagine leggendarie nell’evoluzione dei filati e dei suoi derivati rimane sì, la palazzina, brandelli del muro perimetrale in confine con viale della libertà dell’ex Cantiere Benini e l’imbarazzante ciminiera brutalmente capitozzata che, nonostante che nel protocollo d’intesa dovesse essere salvata, si mostra oggi al centro di uno spazio pubblico senza storia e memoria e che appare più un soggetto metafisico di De Chirico che altro.
Per chi lo ricorda, Forlì fu spesso pervasa dal mefitico afrore dovuto alla produzione dell’acido solforico iniziato in pieno conflitto mondiale nell’Orsi Mangelli, continuato negli anni del dopoguerra tanto che anch’io lo ricordo, ma la scelta di radere al suolo tutto lasciando a memoria una squallida e tranciata ciminiera la ritengo una scelta eccessiva. Cancellare la memoria è uno degli obiettivi operati da chi vuole ideologicamente e forzatamente occupare, per sostituzione culturale, un luogo e, quindi, una popolazione, senza voler fare i conti con la sua storia…

Giancarlo Gatta

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.