Una testa umana esposta per tre anni sulla torre dell’orologio, fino a quando una bufera l’avrebbe fatta precipitare. È il macabro racconto tramandato dalla memoria forlivese dopo l’assassinio di Giacomo Feo, il marito segreto di Caterina Sforza. Una vicenda che riporta all’estate del 1495, quando una congiura scatenò una delle repressioni più feroci della storia cittadina.
Forlì, 1498. Una bufera attraversa la città e dalla torre dell’orologio precipita una testa umana. Era rimasta lassù, secondo una notizia tramandata dalla tradizione storica forlivese, per quasi tre anni. Un macabro ammonimento rivolto a chiunque avesse pensato di sfidare il potere di Caterina Sforza.
Il racconto non è stato ancora ricondotto a una testimonianza contemporanea verificata e persino l’identità dell’uomo rimane incerta. Ma la vicenda da cui avrebbe avuto origine è documentata: il 27 agosto 1495 Giacomo Feo, marito segreto della signora di Forlì, fu assassinato da un gruppo di congiurati. La risposta di Caterina trasformò la città nel teatro di una vendetta sanguinosa.
Quel giorno la contessa stava rientrando da una battuta di caccia a Cassirano. Al suo fianco viaggiava Giacomo Feo, giovane castellano che negli ultimi anni aveva conquistato una posizione sempre più importante nel governo della signoria. Non era soltanto l’uomo amato da Caterina. I due si erano sposati segretamente nel 1493, e il favore accordato al giovane aveva finito per alimentare l’ostilità di una parte della nobiltà cittadina.
Feo esercitava un’autorità che molti giudicavano eccessiva. Anche Ottaviano Riario, figlio maggiore di Caterina ed erede della signoria, vedeva con crescente insofferenza l’influenza del favorito. Secondo le ricostruzioni storiche, uno schiaffo inflitto da Giacomo al giovane Ottaviano contribuì ad aggravare il risentimento. Attorno al ragazzo si raccolsero uomini decisi a eliminare il castellano.
Fra loro c’era Gian Antonio Ghetti, un armigero al servizio di Ottaviano, che assunse un ruolo centrale nell’organizzazione dell’agguato. Il complotto coinvolse anche esponenti delle famiglie Marcobelli e Orcioli, ostili all’ascesa di Feo e desiderose di ridimensionarne il potere.
I congiurati attesero il ritorno del corteo dalla caccia. Quando Giacomo raggiunse il ponte dei Bogheri, all’ingresso di Forlì, scattarono all’assalto. Il giovane fu colpito a morte e il corpo gettato in una fossa. Caterina riuscì a mettersi in salvo nella rocca di Ravaldino.
Per gli assassini l’eliminazione del favorito avrebbe dovuto restituire spazio politico a Ottaviano e ai suoi sostenitori. Accadde esattamente il contrario.
La contessa reagì con una violenza che sorprese persino chi conosceva il suo carattere. La repressione cominciò immediatamente e coinvolse Tommaso Feo, fratello dell’ucciso. I congiurati furono perseguitati, ma la vendetta non si fermò ai responsabili dell’assassinio. Colpì parenti, sostenitori e persone sospettate di aver favorito il complotto, travolgendo anche donne e bambini.
Le notizie delle violenze raggiunsero Milano, dove Ludovico il Moro seguiva con preoccupazione gli avvenimenti forlivesi. Caterina aveva già dimostrato di saper affrontare una congiura nel 1488, quando l’assassinio del primo marito Girolamo Riario aveva messo in pericolo la signoria. Questa volta, però, la perdita di Giacomo Feo sembrò cancellare ogni limite alla punizione.
Gian Antonio Ghetti, fra i principali protagonisti dell’agguato, venne ucciso durante la repressione. È a uno degli uomini coinvolti nella congiura che la tradizione cittadina attribuisce la testa rimasta esposta sulla torre dell’orologio. Alcune ricostruzioni la identificano con quella di Ghetti, altre riportano un nome differente. Non disponiamo di elementi sufficienti per sciogliere definitivamente la contraddizione.
La storia della torre, tuttavia, conserva un significato preciso. Nell’Italia del Quattrocento l’esposizione dei resti dei condannati era una forma di punizione pubblica. La morte non concludeva necessariamente il castigo: il corpo poteva diventare uno strumento di intimidazione, collocato nei luoghi più visibili della città.
La torre dell’orologio dominava Forlì e ne scandiva la vita quotidiana. Chi attraversava la piazza, raggiungeva il mercato o percorreva le strade del centro poteva alzare lo sguardo e incontrare il segno della giustizia esercitata dal potere. Se il racconto tramandato corrisponde al vero, quella testa rimase esposta fino al 1498, quando una bufera l’avrebbe fatta precipitare.
Nel frattempo Caterina aveva celebrato pubblicamente il proprio dolore. Il 29 agosto 1495, durante i funerali solenni di Giacomo Feo, rese noto il matrimonio che fino ad allora aveva mantenuto segreto. L’uomo assassinato non era soltanto il suo favorito: era suo marito.
La contessa continuò a governare Forlì negli anni successivi, mentre l’Italia veniva sconvolta dalle guerre e dalle ambizioni delle grandi potenze. Avrebbe sposato Giovanni de’ Medici, detto il Popolano, dal quale sarebbe nato Giovanni dalle Bande Nere. Ma la repressione seguita all’assassinio di Feo rimase una delle pagine più dure del suo governo.
Anche la torre dell’orologio avrebbe avuto una fine drammatica. Dopo aver attraversato i secoli, venne distrutta nella notte del 9 novembre 1944 dalle mine collocate dalle truppe tedesche in ritirata, insieme al vicino Teatro Comunale. L’edificio che oggi ne conserva il ricordo appartiene alla storia della ricostruzione cittadina.
Della testa che la tradizione colloca sulla sua sommità non abbiamo una testimonianza contemporanea verificata. Dell’agguato a Giacomo Feo e della vendetta di Caterina Sforza, invece, parlano le cronache e gli studi storici.
Forse una bufera fece davvero precipitare quei resti nel 1498. Ma il terrore che li aveva portati fin lassù non appartiene alla leggenda. Appartiene alla storia di Forlì.
Fonti e bibliografia:
Leone Cobelli, Cronache forlivesi dalla fondazione della città sino all’anno 1498, a cura di Giosuè Carducci ed Enrico Frati, con notizie e note di Filippo Guarini, Bologna, Regia Tipografia, 1874.
Andrea Bernardi (Novacula), Cronache forlivesi dal 1476 al 1517, a cura di Giuseppe Mazzatinti, Bologna, Regia Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, 1895–1897.
Pier Desiderio Pasolini, Caterina Sforza, 3 voll., Roma, 1893.
Raffaella Zaccaria, «Feo, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 46, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1996.
Nota sulle fonti: L’assassinio di Giacomo Feo del 27 agosto 1495, il coinvolgimento di Gian Antonio Ghetti e la repressione ordinata da Caterina Sforza sono attestati dalla documentazione storica. Il racconto della testa rimasta esposta sulla torre civica fino al 1498 e precipitata durante una bufera è invece riportato dalla tradizione locale. Non essendo stata individuata una testimonianza contemporanea che ne confermi con certezza le circostanze e l’identità del condannato, l’episodio viene presentato nell’articolo come notizia tramandata.
La dama dei gelsomini — Immagine di apertura:
La dama dei gelsomini, attribuito a Lorenzo di Credi, conservato nella Pinacoteca Civica di Forlì. È tradizionalmente identificato come ritratto di Caterina Sforza, anche se l’identificazione non è universalmente certa. Fonte: Wikimedia Commons.
Fabrizio Ragni