Se un uomo vuole gettarsi da una torre, non cercategli un’ora favorevole nelle stelle: si spezzerà il collo. A mettere in guardia dall’impossibile è Guido Bonatti, astrologo forlivese vissuto nel Duecento, quando anche le decisioni dei comandanti potevano passare attraverso la consultazione degli astri. Alla sua arte, oltre due secoli dopo la battaglia di Montaperti del 1260, alcuni forlivesi avrebbero ancora attribuito la protezione della Crocetta contro i saccheggi. Eppure, nelle pagine del suo trattato, Bonatti poneva limiti precisi a ciò che si poteva chiedere al cielo.
Bonatti si rivolge a chi deve scegliere il momento propizio per cominciare un’impresa. Nel linguaggio della sua disciplina, questa scelta si chiama “elezione”: si esamina il cielo per stabilire quando agire. È una responsabilità che può riguardare una costruzione, ma anche la partenza di un esercito. Chi domanda consiglio si aspetta che l’astrologo sappia vedere qualcosa che agli altri sfugge; Bonatti gli ricorda che nessuna configurazione celeste può rendere un uomo capace di ciò che la sua natura non consente.
Per spiegarsi ricorre a situazioni nelle quali l’esito sarebbe evidente a chiunque. Chi non sa nuotare annegherà se si getta nell’acqua profonda. Chi semina deve considerare la stagione e il luogo. Nell’astrologia che insegna, la conoscenza delle condizioni terrene è indispensabile: sbagliare quelle significa compromettere l’impresa prima ancora di interrogare il cielo.
Il discorso diventa più delicato quando arriva alla guerra. Bonatti sconsiglia di scegliere un momento per far combattere un debole contro qualcuno molto più forte, o pochi uomini contro molti. Sa che qualche volta accade il contrario e che un esercito inferiore di numero può vincere. Avverte però che l’eccezione non deve diventare una regola sulla quale fare affidamento.
A questo punto, dentro una spiegazione che sembra procedere come una lezione, compare un ricordo personale. Bonatti racconta di aver scelto l’ora della battaglia per Guido Novello, contro i fiorentini che lo avevano espulso dalla città. Nomina la valle dell’Arbia e Montaperti, dove nel 1260 i ghibellini ottennero la loro grande vittoria.
Il tono cambia. L’astrologo entra nel racconto e scrive al plurale: vincemmo. Attribuisce un ruolo alla propria consultazione e alla scelta favorevole del momento, presentando il successo come conferma della sua arte. Ma nel medesimo passaggio affiora un particolare che merita attenzione: aveva conosciuto l’uscita degli avversari attraverso messaggeri riservati.
Anche quelle notizie entravano nel suo racconto della vittoria, accanto alla consultazione astrologica. Bonatti menziona entrambe, senza spiegare nel dettaglio come avesse utilizzato le informazioni ricevute.
Sarebbe facile trasformare questa frase nella rivelazione di un trucco, immaginando un Bonatti che faceva passare per profezie ciò che apprendeva dai suoi informatori. Il testo non ci autorizza a farlo. Egli rivendica apertamente la propria fiducia nell’astrologia e menziona i messaggeri senza avvertire alcuna contraddizione. Nella sua prospettiva, osservare le circostanze e interpretare gli astri appartenevano allo stesso lavoro.
È questo il Bonatti che mi interessa ritrovare dietro la fama. Un consigliere al quale venivano poste domande dalle conseguenze reali, convinto di possedere uno strumento per affrontarle, ma abbastanza consapevole dei suoi limiti da ammonire chi volesse affidargli speranze impossibili. Naturalmente è anche il ritratto che egli costruisce di sé: il racconto di una vittoria, scritto da chi intende dimostrare il valore del proprio sapere, va letto tenendo presente quella intenzione.
Secoli dopo, davanti alla Crocetta smontata, alcuni forlivesi avrebbero temuto di aver perduto la protezione attribuita alla sua arte. Nelle pagine di Bonatti rimane una voce più concreta, che obbliga a guardare anche ciò che accade sulla terra. Prima di cercare l’ora fortunata per un uomo deciso a gettarsi nell’acqua, bisogna sapere se quell’uomo sa nuotare.
Fonte: Guido Bonatti, De astronomia tractatus X, Basilea, 1550, colonne 393–394. L’apertura è una parafrasi del testo latino.
Fabrizio Ragni