collage Rocca Ravaldino

Oggi l’unica rocca rimasta a Forlì è quella di Ravaldino, chiamata anche Rocca di Caterina Sforza (altri Rocca di Forlì), recentemente tornata alle cronache perché argomento trattato nella campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco. Infatti, da più arti, è stato evidenziato che la rocca forlivese è una di quelle, fra le tante in Romagna, che non ha visto dal dopoguerra a oggi una sua meritata valorizzazione e utilizzo tant’è che la parte storica soggiace in un limbo che attende da anni un suo risveglio. Tante le notizie sulla rocca e tante, anche, le discordanze fra le varie informazioni perché, a parte una recente tesi di laurea (2013), non ho trovato studi accreditati o pubblicati di recente.

Sfoglio qualche busta in Archivio di Stato, rileggo alcuni appunti degli storici che hanno scritto su Forlì e sulla rocca e già leggendo Emilio Rosetti si scopre che dal 1189 “… era Conte di Ravaldino certo Rainiero o Ranieri da Ravaldino, che fu sempre in guerra coi suoi vicini, e che diede luogo alla famiglia dei conti Rainieri, Ranieri o Rinieri di Ravaldino, …” da cui nacque la località Ravaldino, “… la quale ha dato il nome al Borgo Ravaldino ed alla porta Ravaldino (ora Aurelio Saffi) della città di Forlì…”.
Ancora il Rosetti ricorda che a Forlì vi erano tre rocche, “… che si trovano sulle mura bastionate degli Ordelaffi, l’una a Porta A. Saffi, già Ravaldino, l’altra a Porta Garibaldi, già Schiavonia, la terza a Porta San Pietro, ora Barriera Mazzini, esiste in buono stato solo la prima, che serve per carcere giudiziario…”.

Così, gli storici hanno sempre chiamato la rocca col nome di Rocca di Ravaldino, così è tuttora, e il primo che la citò fu il cardinale Anglico che nella sua “Descriptio provinciae Romandiolae, cita la “Roccha Ravaldini”, con un castellano e 15 famiglie, nella parte di città rivolta verso le colline. Ettore Casadei, altro storico e conoscitore dei luoghi romagnoli, nel 1928, riporta che il Cobelli la dice iniziata nel 1360 per opera del Card. Egidio Albornoz mentre il Marchesi la dice iniziata nel 1372 dal Card. Pietro Bituriciense e, ancora, il Rosetti la dice iniziata nel 1372 per ordini dell’Albornoz. Tutti concordano, però, che Pino Ordelaffi l’ampliò nelle fattezze simili alle attuali, incaricando l’arch. Giorgio Marchesi, detto Giorgio Fiorentino, e i lavori iniziarono nel 1471, o ’72, e si completarono nel 1481, o ’82 o ’83, sotto la signoria, però, di Girolamo Riario.

Assassinato Riario nel 1488, la vedova Caterina Sforza riprese possesso della rocca con l’aiuto degli Sforza e i Bentivoglio e fu proclamato signore di Forlì Ottaviano, figlio di Girolamo Riario, sotto la tutela di Caterina, perché minorenne. Caterina, Signora di Forlì, decise di trasformare la rocca in sua residenza ampliandola e dotandola di giardini curati e preziosi, e questa nuova fabbrica fu da lei denominata il “paradiso” anche decorato di pitture, alcuni azzardano fossero ad opera del Melozzo, ma non si ha conferma alcuna.
La pace non durò a lungo perché Forlì fu invasa dal Valentino il 14 dicembre 1499 ma Caterina Sforza, soprannominata da allora la Tigre, si barricò nel mastio e resistette fino a cedere al continuato assedio di Cesare Borgia il 12 gennaio 1500.

Forlì fu inclusa nello Stato Pontificio e le fortificazioni, persa la loro funzione militare, furono adibite, a volte, a carceri e così per la Rocca di Ravaldino forlivese.
Sul finire dell’ottocento e primi del novecento furono edificati quattro padiglioni all’interno del giardino fortificato della rocca, atti a ospitare un maggior numero di detenuti oltre a realizzare spazi più consoni e moderni e la storica rocca fu, così, abbandonata. La prima immagine pubblicata è dei primi del ‘900 e sono ancora presenti le schermature alle finestre tipiche degli istituti di pena.

La rocca tornerà sotto i riflettori durante il fascismo tant’è che a metà degli anni ’20 inizia la richiesta dei forlivesi di poter entrare in possesso della rocca e inizia, allora, a chiamarsi anche di Caterina Sforza, come dimostrano i documenti d’archivio.
Fu, infatti, nel periodo fascista che s’iniziò a valorizzare e pubblicizzare la figura di Caterina Sforza per la sua epica impresa di resistenza nei confronti dell’invasore ma, ancor di più, per le gesta del figlio, Giovanni dalle Bande Nere, perché Nicolò Machiavelli “… vide in lui incarnato il duce ideale dell’esercito che poteva far salva l’Italia dai Barbari… (cit. E. Casadei)”.

La richiesta di entrare in possesso della Rocca di Ravaldino da parte del Comune di Forlì, dopo anni di insistenza, fu esaudita tant’è che fu emanato un apposito Regio Decreto Legge, il n. 1786 del 18 ottobre 1934 (pubblicato nella G.U. n.266 del 13 novembre 1934) che consta di due soli articoli e il secondo specifica che: “La cessione viene effettuata con l’obbligo da parte del Comune del restauro, della conservazione e della destinazione dell’immobile a scopi di pubblico interesse”.

Nonostante la pubblicazione di un bozzetto su “Il Popolo di Romagna” nell’aprile del 1935 (seconda immagine), nei fatti passarono alcuni anni prima di addivenire a un progetto di restauro vero e proprio perché intenzione del Comune fu di acquisire anche le aree esterne dell’antico fossato per far riaffluire l’acqua e ricostruire il ponte levatoio.
Fu l’allora Soprintendente di Bologna, arch. Corrado Capezzuoli, a sviluppare un progetto di restauro corposo e ambizioso, sul finire degli anni ’30, ma i lavori non iniziarono a causa del secondo conflitto mondiale. Capezzuoli sviluppò il progetto di restauro basandosi su planimetrie di metà ‘800, depositate anch’esse in archivio e di straordinario interesse, dove sono indicati tutti gli ambienti interni e la loro destinazione d’uso (terza immagine); negli stessi documenti è indicato che le carceri di Forlì erano dette “Il Maschio”.
Speriamo che venga riaperto il fascicolo della rocca e che si immagini un suo recupero e riuso prima che sia troppo tardi…

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.