«La strada di Montepaolo, nel Comune di Dovadola, non è soltanto una viabilità collinare. È un collegamento di circa sette chilometri che serve residenti, famiglie, attività economiche, ristoranti e realtà che rappresentano una parte importante della storia e dell’identità del territorio, dall’Eremo di Sant’Antonio alle presenze legate ai Rosacroce». È proprio sulla necessità di considerare questa funzione complessiva della strada che interviene Riccardo Merendi, ex consigliere comunale di Dovadola e dell’Unione dei Comuni e componente della Consociazione Forlivese Repubblicana, chiedendo chiarezza sui tempi necessari per arrivare al pieno ripristino della viabilità.
La questione affonda le sue radici nell’alluvione del maggio 2023, quando il territorio di Dovadola fu duramente colpito dal dissesto idrogeologico. La strada comunale per Montepaolo venne interessata da numerose frane e resa di fatto impraticabile. La Regione riferì all’epoca di cinque frane lungo i sette chilometri del tracciato e di 41 persone evacuate, tra cui ospiti di una comunità psichiatrica e religiose dell’Eremo.
Da allora sono stati avviati diversi interventi per affrontare le conseguenze dell’emergenza. Anche la documentazione successiva inserisce la strada di Montepaolo tra gli interventi di ripristino della viabilità e di messa in sicurezza, con opere di mitigazione del rischio e regimentazione delle acque. Per Merendi, però, proprio il protrarsi della vicenda impone oggi una riflessione sui tempi necessari per tornare a una situazione di piena normalità.
«Nessuno ignora la complessità tecnica di un territorio dissestato e nessuno pretende che la pubblica amministrazione sacrifichi il rispetto delle procedure sull’altare dell’urgenza», osserva l’ex consigliere. Il punto, però, è che «il procedimento, per sua stessa natura, è strumentale al risultato. Non è il risultato». Una progettazione, sottolinea, non coincide con un’opera conclusa e una programmazione non equivale automaticamente alla soluzione del problema.
La richiesta non è quella di individuare responsabilità personali, anche perché, precisa Merendi, non sarebbe corretto farlo in assenza di specifici accertamenti. L’interrogativo riguarda piuttosto il rapporto tra la rilevanza dell’interesse pubblico e i tempi necessari per garantirne la piena tutela. «Il destinatario ultimo dell’azione amministrativa non è il procedimento. È la collettività», afferma.
E quella collettività, secondo Merendi, attende che alla fase dell’emergenza segua definitivamente il ritorno alla normalità. Ripristinare la viabilità di Montepaolo, infatti, non significherebbe soltanto rendere nuovamente percorribile una strada, ma garantire l’accessibilità a un territorio nel quale convivono residenza, lavoro, attività economiche, ristorazione, accoglienza, cultura e spiritualità. Una funzione che, secondo l’ex amministratore, rende riduttivo considerare quella di Montepaolo come una semplice viabilità secondaria.
Da qui la domanda rivolta alle istituzioni: lo stato attuale degli interventi consente di considerare pienamente soddisfatto l’interesse pubblico oppure resta ancora un percorso da completare? «Se la risposta è sì, occorre che i fatti la rendano evidente. Se la risposta è no, occorre che sia altrettanto evidente il percorso ancora necessario», sostiene Merendi.
La richiesta, dunque, è soprattutto quella di rendere chiari ai cittadini gli interventi già realizzati, quelli ancora da effettuare e i tempi previsti per il completamento. Una questione che, a suo giudizio, riguarda anche il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni: «Non occorre che vi sia una colpa. È sufficiente che si consolidi la percezione di una distanza tra la rilevanza del problema e la concretezza della risposta».
La conclusione dell’ex consigliere è quindi un appello a evitare ulteriori rinvii indefiniti. «Montepaolo non domanda una corsia preferenziale – afferma Merendi -. Domanda che una viabilità essenziale per residenti, attività, ristorazione, accoglienza e per l’accesso a luoghi di rilevanza culturale e spirituale venga ricondotta a una condizione di piena funzionalità». Perché, conclude, «le emergenze possono avere tempi complessi e le procedure possono essere articolate, ma la normalità non può essere soltanto l’ultima voce di un cronoprogramma. Deve essere il fine».