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Irst, i soci privati: «Sì alla rete oncologica romagnola, ma senza perdere l’identità dell’Istituto»

Di Staff 4live Leggilo in 3 minuti
Aggiornato: 3 settembre 2026
Irst, i soci privati: «Sì alla rete oncologica romagnola, ma senza perdere l’identità dell’Istituto»

I rappresentanti della componente privata sociale dell’Assemblea dei Soci dell’Irst “Dino Amadori” Irccs hanno preso posizione sul dibattito pubblico riguardante l’evoluzione gestionale e strutturale dell’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori. A intervenire, in un comunicato congiunto, sono l’Istituto Oncologico Romagnolo e la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, insieme alle altre Fondazioni bancarie socie non profit dell’ente.

Nel testo, i soci esprimono un giudizio positivo sul percorso avviato dalla Regione e dalle istituzioni romagnole, riconoscendo l’impegno del presidente Michele De Pascale nel costruire “una prospettiva nuova e condivisa” e sottolineando la disponibilità dell’Ausl Romagna a mettersi in gioco in un progetto che richiede di superare assetti consolidati.

Secondo i firmatari, non si tratta di mettere in discussione la storia dell’Irst, ma di crearle le condizioni per continuare a rafforzarsi in uno scenario profondamente mutato rispetto a quello in cui l’Istituto è nato. Un Irccs oncologico, si legge nel comunicato, deve oggi poter contare su una massa critica adeguata di pazienti, attività assistenziale e ricerca, oltre che su volumi, complessità delle prestazioni e capacità di operare in rete: elementi che rientrano tra i criteri con cui il Ministero della Salute riconosce e conferma il carattere scientifico degli Irccs.

Per questo, spiegano i soci, la costruzione di un’unica rete oncologica romagnola, con una governance e una gestione realmente integrate, rappresenta un’evoluzione necessaria. Un tentativo di rete costruita solo “sulla carta”, senza un’effettiva integrazione gestionale, era già stato sperimentato in passato senza produrre tutti i risultati attesi.

Il comunicato pone l’accento anche sulla necessità di un management “qualificato, autorevole e stabile”, capace di tradurre il disegno istituzionale in organizzazione, responsabilità e risultati: la qualità e la continuità della guida vengono indicate come una delle condizioni decisive per il successo del progetto.

Un passaggio del documento è dedicato al ruolo del non profit, che i soci chiedono venga preservato e valorizzato nel nuovo assetto. L’Irst, ricordano, è nato anche grazie alla capacità della comunità romagnola, del volontariato e della società civile organizzata di affiancare le istituzioni pubbliche. Una componente che, scrivono, non rappresenta solo una presenza nella compagine societaria, ma un “partner valoriale” capace di portare partecipazione, vicinanza ai pazienti e un forte legame con il territorio. Pubblico e non profit, si legge ancora, “non sono alternativi”, ma parti di un modello che ha trovato proprio nella loro integrazione una delle ragioni della forza dell’Istituto.

I soci sottolineano, infine, che la soluzione individuata non cancella l’Irst né ne disperde l’identità, ma gli consente di rimanere soggetto autonomo, conservando la propria natura giuridica e collocandolo al centro di un sistema oncologico più ampio. Una scelta che, secondo il comunicato, è anche il modo più coerente per essere fedeli all’intuizione del fondatore Dino Amadori: non conservare immutato ciò che è stato costruito, ma fare dell’Irst il motore scientifico di un sistema capace di servire tutta la Romagna. «Difendere una storia — conclude il comunicato — significa soprattutto darle un futuro».

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