Solitamente si dice “Agosto, moglie mia non ti conosco” per significare quanto agli uomini sia consigliabile non stancarsi troppo nel periodo estivo sotto l’incombente e spossante calura. È un antico e diffuso proverbio d’origine contadina, che maliziosamente gioca sulla parità d’impegno in estate tra la maggiore, sudata fatica dei campi e quella, altrettanto impegnativa ed energivora, di assolvere i doveri coniugali o corrispondere qualche ardente passione femminile.
Dunque, riposo dal lavoro e da altre incombenze, proprio nel senso di relax, lo stesso delle “feriae Augusti”, in epoca romana la sosta agostana alla fine dei grandi lavori nei campi. Ferie o vacanze, che dir si voglia, distensive, per i più fortunati evasive dalla realtà quotidiana con una villeggiatura, più o meno lunga, al mare, in montagna oppure in altra gradita località. In conclusione, ferie come distrazione dalle cose di tutti i giorni, magari lasciando andare i freni inibitori, concedendosi qualche stravizio sul filo dell’allegria, della compagnia.
Può mai, però, l’antico proverbio rurale adattarsi ad “Agosto, Romagna mia non ti conosco”. Lo dubito, considerando due aspetti: quanto sia arduo sottrarsi alla donna romagnola, da sempre disinibita e focosa, pur nella sua lodevole avvedutezza verso il lavoro e la famiglia; quanto l’uomo romagnolo, d’altro canto, debba onorare la sua reputazione di esuberante gallo sciupafemmine, finché quella giusta non gli abbassi la reputazione di tanta cresta… Dunque, inevitabile optare per la più appropriata versione proverbiale “Agosto, Romagna mia ti conosco e come!”
Così, dal mare ai monti, ad esempio, stando alle iniziative degli ultimi giorni, da Cesenatico a Forlì, da Fiumana a Predappio e Tontola, senza dimenticare Galeata e Santa Sofia, si vive il periodo ferragostano a tutta randa di feste, cene in piazza e musica, fra l’altro pure a spese del solito contribuente Pantalone che bischero paga e tace. Un po’ dappertutto nelle piazze della Romagna forlivese si bisboccia e trinca, si beve e canta alla ricerca di una sfrenatezza dionisiaca che, anche solo per poco, faccia dimenticare i molti nodi quotidiani alle tasche, alla gola e ai pensieri di noi cittadini.
D’altronde, anche senza simili baccanali a cosa mai servirebbero i cosiddetti assessori ai grandi eventi, perlopiù ciambellani o prime dame di corte? Intanto, ovunque si celebrano collettivi riti festaioli ferragostani, illusi, per dirla con le parole di Orazio, che “col vin, col canto domani torneremo a solcare il nostro mare”. Ma quale mare? Ancora quello di tanta mala politica che riceve fiumi, sempre più siccitosi di benessere e sempre più aridi della sterpaglia di nuova povertà? Quello del gasolio sopra i due euro a litro e la benzina appena sotto? Quello delle scuole che riapriranno con il costo accresciuto dei libri? Intanto, in piazza e col gomito alzato libiamo, libiamo ne’ lieti calici che la bellezza infiora seppur del diman non v’è certezza.
Franco D’Emilio