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Il futuro di Forlì tra rigenerazione e riqualificazione urbana

Di Franco D'Emilio Leggilo in 5 minuti
Aggiornato: 9 giugno 2026
Il futuro di Forlì tra rigenerazione e riqualificazione urbana

Spesso dalla lettura della stampa locale o dall’ascolto delle dirette del Consiglio Comunale di Forlì, appuntamento per me inderogabile, oppure dagli interventi di esponenti politici forlivesi, pure assortiti per colore di partito, mi capita di concludere quanto si equivochi, si fraintenda, insomma si faccia confusione tra rigenerazione e riqualificazione urbana, persino pensando che ciascuna sia sinonimo dell’altra. Nulla di più errato, soprattutto in riferimento allo sviluppo futuro delle città, non esclusa la nostra Forlì (foto di Renzo Zilio).

Sia la rigenerazione che la riqualificazione interessano la configurazione materiale delle città e per questo meritano entrambe lo specifico attributo di “urbana”, ma ognuna con un significato ben distinto: ben maggiore e di più ampia finalità nel caso della rigenerazione urbana; assai minore e di finalità circoscritta, invece, nel caso della riqualificazione urbana. Per rigenerazione urbana s’intende il complesso dei programmi e degli interventi multidisciplinari per dare nuova vita, anche con innovative destinazioni d’uso finale, a vaste aree cittadine degradate, inutilizzate o di utilizzo ridotto e incerto: dunque, in essa non sono solo grandemente coinvolte urbanistica, architettura e ingegneria civile, ma anche studi economici, sociologici e di prospettiva culturale contribuiscono inevitabilmente alla genesi di un intervento di rigenerazione urbana che, se davvero tale, presuppone, fra l’altro, un piano ed un programma esecutivo dei lavori, sorretti da notevole capacità gestionale manageriale.

Al contrario, con riqualificazione urbana s’indica l’intervento specifico per lo stretto recupero di esistente e circoscritto patrimonio edilizio, trasformando, nel caso, anche gli spazi immediatamente adiacenti, magari pertinenti. In questa eventualità la riqualificazione urbana, spesso includente, in misura variabile, la finalità del restauro, ha limiti ben definiti e col solo obbligo del rispetto filologico delle architetture e del loro ornato artistico. Insomma, la rigenerazione urbana si prefigge di riprogettare e trasformare radicalmente ampie aree, ormai estranee alla complessiva efficacia urbanistica cittadina; all’opposto, la riqualificazione urbana restituisce alla corrente dimensione urbanistica delle città parte del loro patrimonio edilizio esistente con gli spazi immediatamente circostanti.

L’auspicato, speriamo prossimo, intervento sulla vasta area dell’ex Eridiana per finalità completamente diverse da quelle originarie costituisce un pieno esempio di rigenerazione urbana; diversamente, il recupero dell’ex Asilo Santarelli o quello, pur impegnativo, del complesso del San Domenico possono giustamente annoverarsi quali riuscite riqualificazioni urbane di patrimonio edilizio, fra l’altro di particolare valore storico-monumentale. Certo, la ricaduta dell’intervento di rigenerazione urbana di un’area cittadina è nettamente maggiore rispetto a quella di una localizzata riqualificazione perché implica una ridefinizione stessa dell’area in termini di nuova vita economica, sociale e culturale.

Per questo, ad esempio, la riqualificazione di recupero e nuova finalità dell’ex GIL nel viale della stazione, al pari di quelle già citate dell’ex Santarelli e del San Domenico, non hanno sinora significato e non significheranno affatto un mutamento sostanziale della realtà cittadina, subito circostante: le vicinanze dell’ex GIL, del Santarelli e del San Domenico restano grigie e di vita anonima. Caso eclatante proprio il San Domenico, ora polo museale, costretto per mantenere l’evidenza della sua presenza ad un’incessante sequela di mostre, per non finire cattedrale nel deserto di un centro storico, palesemente moribondo. E qui, appunto, si apre il tema della rigenerazione urbana del centro storico di Forlì, tutto da ripensare, riprogettare nei suoi termini antropici di vita residenziale, di attività commerciali, culturali, di iniziative ludico-sportive, di accessibilità e sosta.

Dunque, una vasta area, eventualmente suddivisibile in sotto aree ai fini del graduale recupero, ma complessivamente salvabile solo nell’ambito di una sua rigenerazione, progettata entro un piano minimo decennale, ispirato alla soluzione delle problematiche, indotte dalla mutevolezza del commercio, della mobilità, della crescente policentricità cittadina. Proprio l’area dell’ex Eridania può essere il punto di partenza di una nuova progettualità della città di Forlì, nella consapevolezza del lungo cammino necessario, ancora di più dell’esigenza di compierlo, distinguendo gli interessi di partito e di giunta da quelli autenticamente politici di rigenerare a nuova esistenza il centro storico forlivese.

Chi si illude della rinascita del centro cittadino con iniziative episodiche, trascorse le quali, tutto torna alla squallido piattume attuale, evidentemente ha la miopia politica di non guardare lontano, non ha il coraggio di porre in discussione taluni scottanti problemi come quelli del traffico e del parcheggio, anche con la disponibilità a discutere, confrontare soluzioni tra loro contrastanti, alcune delle quali magari davvero “audaci”, come un già un ipotizzato parcheggio sotterraneo in Piazza del Carmine. La rigenerazione urbana di un qualunque centro storico richiede capacità di analisi e interpretazione economica, sociale e culturale; poi, capacità di un costante, contemporaneo coinvolgimento del pubblico e del privato; di conseguenza, adeguata capacità di progettare, step by step, secondo priorità ed opportunità, le fasi d’intervento.

Diversamente, fuori da questa visione, rischiamo, forse, di riqualificare prossimamente il complesso monastico di Santa Maria della Ripa, facendone ancora di più risultare il contrasto rispetto al circostante degrado edilizio. Quindi, nuovo buco nell’acqua di un recupero riqualificativo che non cambia l’odierna natura asfittica del centro storico forlivese. Quasi due settimane fa, seduto al tavolino di un bar in una Piazza Saffi, desolatamente vuota in piena mattinata, su tutti questi temi ascoltavo le parole preoccupate di un amico di tanta esperienza politica, soprattutto nell’agone del Consiglio Comunale, e di un architetto, oggi docente allo IUAV, Istituto Universitario di Architettura di Venezia: sento tuttora, mentre scrivo, il peso della loro premura perché, prima che sia troppo tardi, si cominci davvero concretamente a fare qualcosa per la salvezza del moribondo centro storico di Forlì.

Franco D’Emilio

L'autore

Franco D'Emilio
Franco D'Emilio

Origini toscane, ma forlivese d’adozione dal 1986, per 38 anni funzionario scientifico del Ministero della cultura nel settore degli archivi, biblioteche e dei beni artistici, storici. Curatore di numerose mostre storico-documentarie d’iniziativa pubblica e/o privata. Autore di pubblicazioni prevalentemente sulla storia italiana contemporanea. Collaboratore di testate giornalistiche ed agenzie di stampa, locali o nazionali.

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