Da tempo, alcuni aspetti tecnici e logistici suscitano critiche, scetticismo, insomma maggior cautela relativamente al progetto di un prezioso polo archivistico forlivese nell’ex complesso conventuale di Santa Maria della Ripa di Forlì. Finalmente, con il recupero di un antico immobile, abbandonato sinora a tanta incuria, si allocherebbero nello stesso luogo gli archivi cittadini, sia statali che comunali, con particolare valorizzazione del loro patrimonio: fra l’altro, agevolando la consultazione di fonti documentarie correlate, sino ad oggi diversamente dislocate, condizione questa che costringe spesso studiosi ed utenti ad un andirivieni da un archivio all’altro.
Il progetto è sicuramente utile, ma tra il suo annuncio, ampiamente sostenuto dal sincrono centrodestra della giunta Zattini e del governo Meloni, e la sua effettiva realizzazione si accumulano sempre più interrogativi se davvero l’ex Monastero di Santa Maria della Ripa sia la sede giusta del futuro Polo Archivistico di Forlì. Interrogativi che legittimamente fanno perno su tre punti: innanzitutto, la condizione geofisica del terreno sul quale insiste l’ex edificio monastico; poi la capacità recettiva dell’ex convento restaurato, se, allora, strutturalmente e tecnicamente idoneo ad accogliere una ponderosa mole di documenti; infine, la domanda se la collocazione del polo archivistico in Santa Maria della Ripa risulti efficace in termini di raggiungimento da parte degli utenti, quindi con l’utilizzo di mezzi pubblici, soprattutto dalla stazione ferroviaria, oppure con la disponibilità di parcheggio per mezzi propri.
Importantissimi i primi due punti, attinenti all’archiveconomia, branca dell’archivistica per la migliore organizzazione, gestione e conservazione fisica del materiale documentario; invece, più di opportunità logistica il terzo ed ultimo punto. Sul punto 1, condizione geofisica del terreno, non può ignorarsi quanto l’area dell’ex monastero sia fortemente imbibita da acque sotterranee, diffusamente pervasive, anche solo per variabile capillarità, considerata, fra l’altro, pure la prossimità del medioevale Canale di Ravaldino, in buona parte sotterraneo da Piazza Saffi sino ed oltre la zona di Santa Maria della Ripa. La carta dei documenti è igroscopica, incline ad assorbire l’umidità, dunque quanto il recupero ad hoc e con opportune tecnologie di tutto l’assetto murario, esterno ed interno, dell’antico convento può efficacemente contrastare nei locali di deposito, perlomeno su valori minimi sicuri, l’umidità e le relative conseguente, come l’insorgenza di muffe?
Sul punto 2, capacità strutturale e tecnica di accogliere un vasto, pesante patrimonio di documenti con proprie cassettiere e scaffalature, scale e ballatoi di servizio, oltre ad ambienti di consultazione, duplicazione e uffici amministrativi, non deve sfuggire quanto il restauro funzionale del vecchio edifico monastico debba rigorosamente verificare e garantire, dai piani interrati a quelli superiori, complessivi livelli di carico ed affidabile sostegno del ponderoso materiale archivistico, ordinato e incastellato. La carta è materiale molto pesante, così un metro lineare di documenti, condizionato in faldoni, pesa circa 40 kg., salendo a 60-80 kg con le scaffalature tradizionali e a 100-130 kg con gli armadi compatibili a scorrimento.
Importante, quindi, chiedersi quanto carico potremo assicurare e rendere compatibile su piani e solai del recuperando complesso di Santa Maria della Ripa, anche ricorrendo, ove possibile, ad eventuali interventi di rinforzo. È un importante aspetto di sicurezza sia per gli addetti che per il patrimonio archivistico custodito. Gli aspetti tecnici e strutturali del restauro di un antico edificio da destinarsi a polo archivistico sono ben diversi e più impegnativi rispetto ai trascorsi lavori su una struttura, come Palazzo Romagnoli, recuperata a sede espositiva di collezioni artistiche.
Soltanto per soddisfare i punti 1 e 2 non saranno certamente sufficienti i 13 milioni di euro di finanziamento, adesso nelle intenzioni del Ministero della Cultura: d’altronde, come illudersi se il solo recupero del San Domenico è sinora costato diverse decine di milioni di euro?
Franco D’Emilio