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Merendi: «Comune piccolo è bello»

Di Staff 4live Leggilo in 3 minuti
Aggiornato: 2 maggio 2026
Merendi: «Comune piccolo è bello»

«La recente bocciatura del progetto di fusione tra i Comuni di Portico e San Benedetto, Rocca San Casciano e Dovadola offre lo spunto per una riflessione che si discosta dalla narrazione prevalente. Da tempo si sostiene, quasi come un assioma, che i piccoli Comuni, per sopravvivere, debbano necessariamente fondersi, sacrificando autonomia e identità in nome di presunte economie di scala. L’esito referendario suggerisce invece che tale impostazione meriti una rilettura più attenta e meno ideologica. Il paradigma secondo cui “grande è efficiente” non è, infatti, una legge universale. Al contrario, numerose evidenze amministrative dimostrano come la dimensione contenuta favorisca una gestione più puntuale e responsiva: nei piccoli Comuni la prossimità tra amministratori e cittadini consente una lettura più fine dei bisogni, una maggiore tempestività decisionale e una più chiara assunzione di responsabilità. La filiera decisionale corta riduce le inerzie burocratiche e permette un impiego delle risorse spesso più mirato ed efficace» è il commento di Riccardo Merendi ex consigliere comunale di Dovadola e dell’Unione dei Comuni della Romagna Forlivese.

«In questo senso – continua – la piccola scala non rappresenta un limite, bensì un diverso modello di efficienza, fondato sulla qualità della relazione amministrativa più che sulla mera quantità delle risorse gestite. Il caso di Dovadola rafforza ulteriormente questa prospettiva. In un passato non lontano, il Comune costituiva un presidio sanitario di riferimento per la vallata del Montone, grazie alla presenza dell’ospedale civile e del pronto soccorso. Tale struttura svolgeva una funzione essenziale di filtro territoriale, intercettando e gestendo una quota significativa di bisogni sanitari a bassa e media complessità, evitando così la congestione del presidio ospedaliero di Forlì. Era inoltre centro chirurgico vascolare e flebologico d’eccellenza nazionale sotto la guida del dottore Giorgio Giorgi. Da qui discende un sillogismo difficilmente eludibile: se la prossimità amministrativa migliora la capacità di risposta ai bisogni locali, e se la prossimità sanitaria, garantita dai piccoli presidi, consentiva una gestione più appropriata della domanda di cura, allora la progressiva eliminazione di tali nodi periferici non può che aver prodotto uno squilibrio sistemico».

«La chiusura dei piccoli ospedali, motivata da esigenze di razionalizzazione e accentramento, ha infatti interrotto quel meccanismo di filtro diffuso che assicurava appropriatezza e sostenibilità. Il risultato è oggi evidente: sovraccarico dei grandi nosocomi, incremento degli accessi impropri ai pronto soccorso, allungamento dei tempi di attesa e riduzione dell’efficienza complessiva del sistema. Non è un caso che, negli ultimi anni, si sia assistito alla diffusione dei CAU (Centri di Assistenza Urgenza) e di strutture analoghe, concepite proprio per intercettare la domanda a bassa complessità e “decomprimere” i poli ospedalieri maggiori. Tali presidi, pur nella loro evoluzione organizzativa, ripropongono la medesima logica di prossimità che caratterizzava i piccoli ospedali: segno evidente che il modello esclusivamente accentrato ha mostrato limiti strutturali» argomenta Merendi.

«Ne deriva una considerazione più ampia: così come non è affatto dimostrato che l’aggregazione amministrativa produca automaticamente maggiore efficienza, allo stesso modo la concentrazione sanitaria non garantisce, di per sé, migliori esiti organizzativi. In entrambi i casi, l’indebolimento del livello territoriale genera effetti controintuitivi, che impongono successivi correttivi. “Piccolo è bello”, dunque, non come slogan, ma come principio di equilibrio: una dimensione in cui prossimità, responsabilità e capacità di risposta trovano una sintesi efficace. L’esito della consultazione non rappresenta un’arretratezza, bensì l’opportunità di ripensare modelli organizzativi troppo spesso guidati da semplificazioni teoriche più che da evidenze concrete» conclude Riccardo Merendi.

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