Consumo-suolo-Nord-Italia

I dati inerenti al consumo del suolo in Italia raccolti ed elaborati da Ispra e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente continuano a mostrare un trend devastante per l’ambiente in cui viviamo. Il dissesto idrogeologico causato dell’impermeabilizzazione del suolo, il conseguente abbassamento del terreno nelle zone rivierasche, prima causa dell’erosione costiera, continuano a non essere affrontate adeguatamente dalla politica nazionale, regionale e pure locale. In tutto ciò con l’aggravante cambiamento climatico, che con la continua impermeabilizzazione del suolo non fa altro che rendere più devastanti fenomeni di per sé già disastrosi.

Ma veniamo ai dati. Il report stima un costo complessivo compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quello che l’Italia potrebbe essere costretta a sostenere a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo tra il 2012 e il 2030. Numeri drammatici che il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente contestualizza in maniera cristallina: dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli. L’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana ora scorrono in superficie aumentando la pericolosità idraulica dei nostri territori.

A livello nazionale le colate di cemento non sono rallentate neanche nel 2020, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown, e hanno ricoperto quasi 60 chilometri quadrati, impermeabilizzando il 7,11% del territorio italiano. A livello nazionale superano i 2300 gli ettari consumati negli ultimi 12 mesi all’interno delle città e nelle aree produttive (il 46% del totale). Per questo le nostre città sono sempre più calde, con temperature estive, già più alte di 2°C, che possono arrivare anche a 6°C in più rispetto alle aree limitrofe non urbanizzate. Invece di rigenerare e riqualificare spazi già edificati, sono stati consumati in sette anni 700 ettari di suolo agricolo e il trend è in crescita. In Veneto le maggiori trasformazioni (181 ettari dal 2012 al 2019, di cui il 95% negli ultimi 3 anni) dovute alla logistica, seguita da Lombardia (131 ettari) ed Emilia-Romagna (119).
Volendo contestualizzare il Report a livello regionale basta dire che nel 2020 l’Emilia Romagna ha consumato 200.404 ettari di terreno.

Tra i Comuni romagnoli peggiori che spiccano per consumo del suolo abbiamo:
Cervia 15,5%, Cesenatico 21,4%, Forlì 16,3%, Forlimpopoli 18,3%, Gambettola 35,1%, Gatteo 24,1%, San Mauro Pascoli 20,8%, Savignano sul Rubicone 23,1%.
Nell’intera regione il primato comunale per consumo di suolo è però di Cattolica con il 61%, il secondo è Riccione con 51%. Tra i Comuni che hanno registrato il maggiore incremento di consumo di suolo negli ultimi 12 mesi c’è anche Ravenna, dove sono stati persi 64 ettari per l’apertura di diversi cantieri prevalentemente per futuri usi residenziali, commerciali e per nuove superfici destinate alla logistica. L’unica nota positiva è che ora che abbiamo il “governo dei migliori” la situazione potrà finalmente invertire il suo corso, forse.

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Giorgio Venturi