La vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia è duplice: in primo luogo, respinge l’innovativa e sensata separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, in secondo luogo, registra il successo di aver trasformato una specifica campagna referendaria in un plebiscito contro il complessivo operato dell’attuale governo Meloni. Ha vinto il No del conservatorismo e della dogmatica immutabilità costituzionale.
Ha vinto il No protettivo della casta della magistratura. Ha vinto ancora il No del giustizialismo contro il garantismo. Ha vinto il No della sinistra bieca, equivoca, pure complice di frange estreme assassine, addirittura fiancheggiatrici di anarcoide fanatismo dinamitardo. Ha vinto il No antifascista contro l’inesistente fascismo del melonismo. Ha vinto il No assolutista che qualunque riforma possa risultare solo dall’azione politica del centrosinistra.
Soprattutto, ha vinto assurdamente il No della mediocre classe dirigente della sinistra contro l’assenza sul territorio di una classe dirigente diffusa e valida del centrodestra: di quest’ultimo nel frangente referendario si è espressa esclusivamente la voce del solito vertice, Meloni compresa. In periferia, Forlì compresa, si è avvertita la desolante mancanza di un centrodestra con una dirigenza capace di condurre capillarmente la campagna referendaria.
Se, poi, si aggiungono certe, ultime e improvvide dichiarazioni a vanvera del ministro Nordio e della sua capa di gabinetto, beh, allora, non resta che riconoscere come in parte il centrodestra abbia cercato la sconfitta referendaria con l’inevitabile conseguenza che chi colpa del suo male pianga se stesso. Adesso, prepariamoci al peggio: questa vittoria del No come prologo di un rinnovato antifascismo alla consueta data del divisivo, fazioso, blaterante 25 Aprile.
Franco D’Emilio