Anpi a Predappio

Sulle pagine di un quotidiano locale ho letto che, raccattati da tutta Italia, solo poco più di mille, ad esser generosi, sono stati i partigiani nostalgici che venerdì 28 ottobre hanno partecipato a Predappio all’ennesima, pretestuosa adunata resistenziale contro l’improbabile resurrezione del Fascismo. L’occasione, però, era troppo ghiotta, davvero cacio sui maccheroni ormai insipidi del mito partigiano: con un governo di destra nelle mani della prima donna Presidente del Consiglio, “il” o “la”, questione di lana caprina che lascio a qualche insulso salottino televisivo delle 8,30, e con la ricorrenza del centenario della Marcia su Roma come non precipitarsi a Predappio contro il Fascismo, manifestando, fra l’altro, nella rinnovata bufala celebrativa della liberazione del paese ad opera dei partigiani nella giornata del 28 ottobre 1944?

Predappio, infatti, è stata liberata tra il 26 e il 27 ottobre dai soli soldati polacchi, ma il partigiano vincitore ha spacciato e spaccia tuttora spudoratamente la fatalità, altamente simbolica, della coincidenza tra la data della liberazione partigiana predappiese e la data della fatidica Marcia su Roma!
Quindi, mille o poco più, ma niente affatto pari alla gloriosa cifra garibaldina: le camice rosse di Garibaldi combattevano i Borboni, consapevoli che “qui o si fa l’Italia o si muore”, pur di consolidare e ingrandire il processo di unificazione della nazione; venerdì scorso, invece, le camice rosse partigiane, ormai di un rosso stinto e stanco nella confusione della sinistra arcobaleno, si sono adunate a Predappio per l’ostinata volontà di dividere ancora gli italiani con la riproposizione, anacronistica e infondata, di una “guerra civile” tra antifascismo e fascismo, agitando, perciò, lo spettro di un nemico inesistente.

Dunque? Davvero facile calarsi nei panni di cerberi vigili e combattenti dell’antifascismo, mostrando i denti ad un avversario inesistente! Ma non voglio infierire contro quella che a Predappio è stata solo una gita partigiana folcloristica, perlomeno, però, una nota di colore in un paese, ora solitamente tanto grigio e senza verve.
Insomma, mille o poco più, doppiamente nostalgici, innanzitutto della Resistenza, poi del Fascismo, giustificazione essenziale della prima. Nostalgici cocciuti nel non voler riconoscere come entrambe queste due fasi del ‘900 italiano siano oggi sepolte e consegnate al rispetto, allo studio della storia.

Né vale, perché non esclusiva ed esaustiva, l’affermazione che l’adunata partigiana predappiese sia avvenuta a conferma della Resistenza ispiratrice e cardine della nostra Costituzione. Suvvia, meno vanagloria e più obiettività storica: tutto l’antifascismo democratico, quindi non sempre coincidente con la Resistenza, ha ispirato la nostra carta costituzionale, come, infatti, rivelano i nomi e le storie di tutti i padri costituenti.
Dunque, mille o poco più i fedeli al pellegrinaggio predappiese, tanto ameno e colorito.
Non mancava niente: innanzitutto, un mare di bandiere rosse e tricolori svolazzanti sui pugni chiusi pugnaci di compagni resistenti, poi l’immarcescibile coppia alla Stan Laurel ed Oliver Hardy di agit-prop, uno corto e tondo, l’altro mediolungo, sempre scapigliato con un diavolo rosso per capello.

Tante le donne con qualcosa di rosso addosso, ma non mancava qualche più sobria mise in nero, colore che, si sa, affina, slancia anche le pasionarie di sinistra e, venerdì scorso, ha dato pure più risalto a qualche collierino d’oro, vezzoso segno di antifascismo radical-chic a 18 carati!
Non mancavano, pur se sempre più pochi, superstiti, amabili nonnetti partigiani, pronti a dispensare consigli e ammonimenti a promettenti giovani, novelli partigiani senza nemico fascista; non mancavano, ancora, striscioni e cartelli con i soliti “Ora e sempre Resistenza” oppure “Mai più Fascismo” e qualcuno sibilava tra i denti anche un rabbioso e tristemente datato “Fascisti carogne, tornate nelle fogne!”.

Neppure sono mancati menestrelli canterini a muovere furtive lacrime partigiane per un tempo che non ritorna; neppure è mancato il solido, roccioso servizio d’ordine di “guardie rosse” doc! Infine, gli sproloqui triti e uggiosi di alcuni oratori, quasi a litania di una noiosa laica via crucis partigiana.
A quando il prossimo happening nostalgico, compagni partigiani?

Franco D’Emilio

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69enne di origini liguri ma forlivese d'adozione, funzionario scientifico del ministero per i Beni culturali per più di trent'anni. Ha scritto insieme a Paolo Poponessi il libro "La terra del duce. L'era fascista nella Romagna forlivese 1922-1940" e con Giancarlo Gatta il volume "Predappio al tempo del duce. Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni".