Antonello Venditti De Gregori

Articolo di Franco D’Emilio e Maddalena Silvi

Sono state tre ore ininterrotte di concerto sul filo di tanta memoria e con l’emozione di ritrovarsi in uno stadio strapieno a condividere un viaggio, ancora tanto attuale e avvincente, di musica e parole: per molti un viaggio ripetuto, per altri, invece, forse il primo incontro dal vivo con due significativi cantautori che, sempre efficacemente, hanno saputo e sanno da decenni interpretare con coraggio e sempre con originalità il difficile divenire della nostra società.

Così, è stato il concerto di Antonello Venditti e Francesco De Gregori del trascorso sabato 18 giugno allo Stadio Olimpico di Roma. Nell’abbraccio immediato e plaudente del pubblico all’apparire dei due artisti è stato subito, senza indugio, spettacolo di musica e parole, in una successione di canzoni che, tutte assieme sino alla fine, hanno realizzato e confermato quanto La storia siamo noi, come nella celebre composizione di Francesco De Gregori.
Subito, dunque, il tuffo liberatorio nella musica, lontano dall’ansia, dalla paura, da ogni dramma, vicino o lontano, della vita, non ultima la pandemia da poco assopitasi: solo Venditti, all’inizio, nel suo affettuoso, laconico saluto si è lasciato andare in un “Dai, è stata dura, ma è bello ora essere tutti qua!”, quasi l’equivalente del “Dove eravamo rimasti?” di Enzo Tortora alla ripresa del suo programma Portobello il 20 febbraio 1987.

Anche sabato scorso, allo Stadio Olimpico di Roma, Venditti e De Gregori hanno ripreso dove erano rimasti, ancora più determinati che mai, ciascuno nei toni del proprio sentire. Venditti sempre più crudo, duro, solo appena sopito quando il cuore, come nel caso di Che fantastica storia è la vita, taglia la strada alla rabbia; De Gregori più pacato, intimista, forse soltanto più riservato, a volte con toni quasi favolistici o con metafore ricercate, come dolce Venere di Rimmel.

Eppure, l’altra sera, se Venditti, ogni tanto, addolciva la veemenza canora, magari pure sul testo di Sara, ragazza madre degli anni ’70, sorridendo sotto i ray-ban scuri, dall’altra De Gregori si scomponeva inaspettatamente solo quando la voce cedeva il passo alla sua armonica a bocca, suonata con l’impeto di un fiato dell’animo non più comprimibile, insomma in una musica struggente e graffiante dalla dolcissima, sognante Buonanotte fiorellino alla drammatica, pacifista Generale.

Entrambi, comunque, pur nella loro diversità interpretativa, erano perfettamente inseriti nell’esecuzione del proprio gruppo di musicisti e vocalist, davvero indimenticabili per il talento espresso: superbo il batterista; giustamente orgoglioso dei suoi splendidi assoli il sassofonista; mordaci o lievi le chitarre e i violini.
Davanti e attorno a Venditti e De Gregori un pubblico di ogni età che, a seconda del suo sentire, ha cantato e ballato, esultato o pianto, spesso guardandosi attorno come a conferma di quanto valesse la pena esserci a questo concerto, viaggio dagli anni ’70 a giorni più recenti.

Tanta la commozione con qualche lacrima inaspettata: così qualche spettatore attempato, così qualche ragazza con la mano tatuata di un cuore ad asciugarsi il pianto in un pasticcio di rimmel e rossetto.
Poi, tutto è finito con un’esaltante Roma capoccia e una disarmante Grazie Roma, città natale dei due artisti, davvero capaci di farci sentire quanto La storia siamo noi in questo mondo di ladri.

Franco D’Emilio e Maddalena Silvi