La colonna della Beata Vergine del Fuoco

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Per iniziare il nostro racconto sulla colonna della Madonna del Fuoco oggi in Piazza del Duomo, dobbiamo iniziare ab imis e cioè dalla Piazza Grande di Forlì e da tutti i monumenti a suo tempo lì esistenti e successivamente demoliti. Si deve obbligatoriamente cominciare con l’ormai arcinota “La Crocetta”. Un tempietto espiatorio in memoria dei nobili francesi caduti nel dantesco “sanguinoso mucchio” del 1282. La Crocetta nel 1616 è demolita per volere del Cardinale Domenico Rivarola.

La costruzione della colonna

Nel 1636, in occasione dell’inaugurazione della nuova cappella della B.V. del Fuoco, nella piazza è eretto un piedistallo di marmo alla distanza di un metro o poco più dalle fondamenta della Crocetta e cioè davanti al palazzo Serughi (oggi Camera di Commercio), quasi di fronte a via Allegretti, con il proposito di innalzarvi una colonna con una fiamma in onore della Vergine. Il 20 ottobre 1636, l’immagine della Madonna è trasferita nella monumentale cappella della cattedrale, e la colonna costruita dallo scalpellino Antonio Grandi con tre blocchi di sasso detto “Spungone”, viene innalzata. La prima idea è quella di collocare sulla cima una fiamma o una statua in bronzo, idea subito abbandonata, e il 29 dicembre 1637 viene proposta la vendita del metallo, già offerto dalla magistratura dei XC Pacifici e di usare il ricavato per una statua marmorea della Madonna rappresentante la Vergine col putto al collo alta almeno 10 palmi romani.

La statua scolpita a Venezia dal bolognese Clemente Molli (il suo nome è ancora presente nella base della statua (CLEM.MOL.), il 18 aprile 1639 è portata in Forlì dopo essere giunta a Ravenna via mare. Il giorno 23, sabato santo, collocata sopra la colonna è benedetta dal Vescovo Mons. Giacomo Theodoli. La statua è alta m. 2,35, la colonna m. 8,70, l’altezza totale del monumento m. 17,15. Questa colonna commemora la traslazione dell’immagine della Madonna, dalla vecchia alla nuova cappella, in Cattedrale. Nel 1834 dopo 2 secoli dalla costruzione si rende necessario un restauro effettuato da Filippo Signorini e la base del monumento è cinta da cancelli di ferro con 12 fittoni di marmo d’Istria per una area di rispetto di m. 10×10. Precedentemente la colonna aveva una zona di rispetto all’intorno di m. 8,20 con forma ondulata e 16 fittoni con cancellata.

La piantina del II disegno

La rimozione della colonna

Questa proposta per la prima volta viene avanzata in Consiglio Comunale nella seduta del 4 ottobre 1889. Presente anche Aurelio Saffi che interviene nella discussione: «i luoghi pubblici soggetti alla giurisdizione dei Comuni devono avere un carattere esclusivamente civile e non contenere simboli religiosi».
A parte una esigua minoranza che non ammetteva che la Colonna fosse rimossa, il Consiglio si divide in due pareri di per sé neppure tanto distanti: uno per la rimozione immediata della colonna, con l’incarico alla Giunta di proporre una sistemazione della piazza; l’altro sempre per la rimozione, ma dopo la sistemazione della piazza. Insomma la colonna andava rimossa con questa motivazione: «non si ritiene in sintonia con la ragione civile dei tempi nuovi il mantenimento in luogo di potestà pubblica di un monumento religioso a cui non si collega alcuna memoria patria, quindi…. sia rimossa dalla Piazza la Colonna della B.V. del Fuoco, rimozione che non deve essere disgiunta da opera di pubblica utilità e civile progresso».

Alle relative votazioni per l’approvazione di uno dei due ordini del giorno, nessuno ottiene la maggioranza, i votanti sono 26. Quindi non viene presa alcuna decisione. Appare chiaro però che la quasi totalità del Consiglio è concorde per la rimozione della colonna.
L’anno successivo il giorno 11 aprile 1890 il Consiglio Comunale riunito per deliberare le onoranze alla memoria di Aurelio Saffi, scomparso il giorno prima, approva all’unanimità la seguente proposta: «…verrà aperta una sottoscrizione pubblica per un monumento nazionale (ad Aurelio Saffi) da erigersi nella piazza…». Le difficoltà finanziarie della città impediscono, però, con o senza la colonna o senza il monumento una qualsiasi sistemazione della piazza.

Col passare del tempo la colonna esposta a tutte le intemperie mostra la necessità di un intervento di restauro, così il 30 marzo 1896 il Vicario Capitolare chiede al Sindaco Francesco Mambelli di permettere il restauro della Colonna votiva a spese del Culto. Il sindaco inizia la procedura, ma quella richiesta rimane senza risposta. Due anni dopo, il 6 marzo 1898, stessa domanda da parte dell’Arcidiacono del Capitolo ed anche custode del Santuario della B. V. del Fuoco, questa volta non indirizzata al Sindaco, bensì al Regio Commissario del Comune come portavoce presso l’Amministrazione, per ottenere il permesso per eseguire i lavori sotto la direzione dell’Ufficio Tecnico Comunale, che per voce del suo Dirigente l’ing. Olindo Umiltà dichiara la necessità di uno o più interventi. Anche il R. Commissario però non prende alcun provvedimento, ma nel momento dell’abbandono dell’incarico raccomanda alla nuova Amministrazione di accogliere l’istanza delle Autorità Ecclesiastiche. Non solo, dice: «…la convenienza e il decoro di Forlì impongono di non lasciarla nello stato di rovina e di abbandono attuale…. ragioni di sicurezza statica lo consigliano e dai restauri medesimi ne deriverebbe alla classe dei muratori e scalpellini un sollievo visto il periodo economicamente difficile…».

Ma il tempo passa e nessuna deliberazione è presa. Nel febbraio 1898 il nuovo sindaco Casati pone l’istanza delle Autorità Ecclesiastiche all’esame del Consiglio. Anche in quel momento come 10 anni prima, grandi discussioni, ma l’istanza non viene neppure presa in considerazione e quindi, restauro sì, restauro no, (anche se a spese della Curia) ancora una volta non viene presa nessuna decisione, e al Vescovo un’altra non risposta. Da questo 1898 si arriva al 1905.
Continuando questo nostro cammino nel tempo alla ricerca di un punto finale di questa vexata quaestio arriviamo al 15 maggio 1905 quando l’Amministrazione sempre alla ricerca di un progetto per la sistemazione della Piazza, accoglie l’idea della costruzione di una grande fontana collegata al nuovo acquedotto che doveva essere inaugurato assieme alla grande fontana che avrebbe portato il nome di “fontana inaugurale”. E allora l’ipotesi del monumento a Saffi? E i fondi raccolti con la sottoscrizione nazionale? L’idea del monumento è accantonata e la somma raccolta è destinata alla costruzione del nuovo ospedale con l’assenso di Giorgina Craufurd Saffi.

Nel frattempo viene chiesto al Vescovo in quale luogo desideri che venga trasportata la statua di cui il Municipio gli fa dono. Il Vescovo risponde con una lettera che viene anche data alle stampe, ribadendo che la colonna potrebbe anche rimanere nonostante la fontana. Afferma: «… la Colonna è l’unico monumento esposto al pubblico che segna un periodo di storia cittadina che data di tre secoli. Se il monumento è sacro questo mi impone di dover protestare. Se il monumento è civile non le sfuggirà l’odiosità che mi attirerei per la connivenza ad un atto che la storia, la civiltà, la tolleranza riprovano. Io reputo la Colonna un monumento di carattere sacro e insieme civile, perché storico, Propongo di chiamare l’intera cittadinanza al contributo di riparazione del vecchio e alla costruzione del nuovo”. Comunque sia il Comune rompe gli indugi e la mattina del 17 maggio 1905 alle ore 5,30 iniziano i lavori di demolizione.

Nella stessa mattina il Prefetto scrive al Sindaco chiedendo immediate spiegazioni e la sospensione dei lavori, perché non a conoscenza né della delibera consiliare, né della decisione della Giunta. Il Sindaco risponde inviando la delibera della Giunta e dice che rimane in attesa del parere della Commissione Conservatrice dei Monumenti e quindi che procederà solo alla demolizione della cancellata, lavori che richiederanno una decina di giorni.

Nel pomeriggio il Prefetto invia un suo decreto che annulla perché illegale, la delibera della giunta. Come leggiamo inizia una intensa e vivace polemica fra gli Organi Amministrativi. La Giunta riunitasi d’urgenza la sera del 17 ribadisce la sua volontà di rimuovere la colonna. Il giorno dopo si riunisce la Commissione per la Conservazione dei Monumenti che delibera «… la statua della Madonna sia presa giù con tutte le cautele (parere del Genio Civile per il sistema tecnico per calarla senza danni al marmo) e in quale luogo sarà conservata». Nel frattempo i cattolici si muovono e raccolgono firme per la protesta. La mattina del 22 la Commissione dei cattolici consegna al Prefetto 747 fogli con 17.862 firme.

Cominciano anche vivaci polemiche fra le due parti, cattolici e laici: offese, sputi e quant’altro. Nel frattempo viene fatto anche ricorso al Consiglio di Stato. Quindi lavori sospesi e costruzione di un assito al posto di fittoni, cancelli e scalini. La sentenza del Consiglio di Stato però tarda. Siamo partiti dal 1905, ma la sentenza viene pubblicata solo il 24 aprile 1908. Sentenza che afferma: il Comune può rimuovere il monumento per pubblica utilità, ma deve apprestare i mezzi occorrenti per la ricostruzione in altra pubblica località designata dal Ministero dell’Istruzione Pubblica. Il Comune nonostante la vittoria è dispiaciuto per l’imposizione della ricostruzione. Appare quindi evidente che l’Amministrazione aveva deciso la rimozione non per ragioni di pubblica utilità, ma per spirito partigiano. Dalla metà dell’800 la cultura anticlericale aveva dominato la mentalità popolare. I Maestri dell’opinione generale, dai nomi più famosi come Mazzini, Saffi, Garibaldi, Fratti, Maroncelli, erano infatti cultori del più accanito anticlericalismo. E per partire dalle origini ecco Massoneria, Carboneria, Mazzinianesimo, Anarchia, Socialismo, esisteva persino un Partito Socialista Anarchico! Così, l’Amministrazione forlivese non volendo nessuna ricostruzione, ed essendo la demolizione legata a questa condizione, la colonna rimane dentro l’assito che aveva rimediato ai danni che abbiamo descritto, per un altro anno e mezzo.

Succede però che nella sera del 14 ottobre 1909 nella piazza dopo un comizio di protesta e un’ondata di manifestazioni sotto la guida dell’allora socialista Benito Mussolini, per la fucilazione di Francesco Ferrer anarchico e massone catalano, vi sono pesanti atti di vandalismo nei confronti della colonna della Madonna del fuoco. Una numerosa schiera di giovani incendia l’assito che cinge la colonna, mentre altri con picconi ed altri arnesi, iniziano la demolizione degli elementi di ornamento alla base della colonna. Tutto questo sotto gli occhi della autorità municipali e governative che però non intervengono.
Appare evidente che l’Amministrazione di fronte a questa triste realtà coglie la palla al balzo e delibera: «… l’ufficio tecnico provveda immediatamente alla rimozione della colonna…”. La proposta nuovamente rivolta al Vescovo di accettare la statua riceve un netto rifiuto. Ed era logico perché la Sentenza del Consiglio di Stato imponeva la ricostruzione in altra località designata dal Ministero dell’Istruzione Pubblica.

Comunque sia nel pomeriggio del giorno 15 viene predisposta l’armatura per la demolizione della colonna. Lavori veloci, infatti la mattina del 21 la statua è calata a terra. Ma non finisce qui questa sceneggiata. Infatti accordi verbali fra il Prefetto, il Sindaco e l’Ing. Ottavio Germano della Direzione della Soprintendenza decidono che la statua venga provvisoriamente depositata nel chiostro o nella Chiesa di S.Mercuriale e i resti della colonna nel sagrato della chiesa suddetta. Ma cosa succede, una volta che la statua è calata e collocata sopra un carro tirato da un robusto cavallo? Viene portata nella chiesa di S. Filippo di proprietà comunale e non aperta al pubblico. Lungo il tragitto urla, fischi, e altre maldicenze. Tutto sotto gli occhi del Prefetto. Certamente l’Amministrazione visto il succedersi dei fatti ritiene che le sue scelte possano essere portate a compimento senza altri intoppi. Ci sarà sì un intenso scambio epistolare fra Sindaco e Prefetto, ma le cose non cambieranno. Infatti Il Consiglio Comunale nella seduta del 30 ottobre 1909 tributa al Sindaco Giuseppe Bellini e alla Giunta con unanimità di suffragi un voto di plauso. Il Vescovo che protesta presso il Prefetto per quanto accaduto, non può fare altro che constatare che lo spirito partigiano e la violenza erano stati tollerati da chi era preposto alla tutela della legalità. Tutto il materiale di rivestimento e i pezzi della colonna che si dovevano conservare con cura, sono adibiti ad altro uso e non sono più reperibili. Sull’area già occupata dal monumento non verrà neppure mai costruita la famosa promessa fontana e la grande piazza rimane spoglia e nuda. Molti anni più tardi nel 1921 con la Convenzione fra Comune, Angelo Masini e lo scultore Filippo Antonio Cifariello verrà costruito il monumento a Saffi.

Il tutto però non senza polemiche. Infatti già prima, nel 1913 alla presentazione del bozzetto dello scultore Cifariello (personaggio noto anche alle cronache per l’uxoricidio della moglie nel 1905), Aldo Spallicci sul Plaustro scrive: «il bozzetto dello scultore…è di una volgare meschinità. Il ….triunviro è raffigurato in una posa rettorica e stupidamente insulsa. Statua e basamento, da cui esulano ogni e qualsiasi senso d’arte, sanno di grottesco e di taccagneria…Bella ed ampia e disadorna rimanga dunque la piazza maggiore di Forlì ad onta delle pretese artistiche del commendator Cifariello…. Vi bastano queste polemiche? Il monumento però, nonostante questa voce autorevole contraria, viene inaugurato il 4 settembre 1921.

Il 22 giugno 1923 il Commissario del Comune concede al Vescovo la statua della B.V. del Fuoco, sempre conservata in S. Filippo. Il 18 luglio la statua entra nel Duomo e collocata su una base nella Cappella della Madonna sotto la cantoria di sinistra. Tre anni più tardi il Consiglio Comunale nella seduta del 7 ottobre 1926, sindaco Corrado Panciatichi, delibera di autorizzare la riedificazione della colonna e di concedere gratuitamente l’area necessaria. Questa doveva essere di fronte o di fianco alla Cattedrale. Si decide per il fianco della Cattedrale nel lato sud della piazza Ordelaffi quella che guarda Via Garibaldi. Oggi Piazza del Duomo.

E così il 6 maggio 1928 in occasione della ricorrenza del quinto secolo del Miracolo, la colonna viene ri-eretta. Se riguardiamo le misure che abbiamo in precedenza citato non appare una grande differenza fra la colonna del 1639 e quella che esiste oggi. La statua è sempre di m. 2,35, la colonna m. 8,70, l’altezza totale 17,15 metri. Forse è cambiata l’altezza totale, perché la colonna oggi è di m. 8,50 e non abbiamo notizia del piedistallo che esisteva allora e la differenza, se c’è, con quello attuale. La recinzione che allora era di 12 fittoni, oggi è di 4 fittoni con puntale e cancellate ai lati, l’area di rispetto oggi è di circa 8 metri per lato. Comunque sia la colonna c’è, e la Madonna che ieri, nella piazza maggiore guardava (sembra) palazzo Albertini (come fa Aurelio Saffi ), oggi guarda palazzo Albicini e il suo giardino, dove negli anni 60 esisteva l’Arena Centrale, cinema all’aperto (quanti film abbiamo visto!).
Questa è la vicenda ricca di particolari sacri e profani che ho descritto.
Così si augura Agostino Bernucci, con la speranza che la vostra lettura vi abbia offerto qualcosa di interessante.

Agostino Bernucci

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Agostino Bernucci è nato il 6 febbraio 1942 a S.Maria del Taro, Comune di Tornolo (PR). Casualmente, perché suo padre, Carabiniere, era continuamente trasferito. Le radici della sua famiglia sono invece nel Montefeltro. In chiusura di carriera la famiglia si è fermata a Forlì dove è sempre rimasta. È così nato in lui un interesse per questa sua città che col passare degli anni è diventato sempre più importante. Nel 1968 si è laureato all’Università di Bologna in Pedagogia e per decenni è stato insegnante di Letteratura Italiana e Storia nel triennio di diversi Istituti superiori della città, principalmente nel triennio dell'Istituto Commerciale “C.Matteucci”. È stato testimone della nascita del circolo culturale “E’ Racoz” e per decenni, fino al Covid, è stato membro del gruppo “Gli amici del lunedì”. Il suo interesse per la storia, soprattutto la storia di Forlì si è rafforzato con la pensione. Ha frequentato per diversi anni l’Archivio di Stato dove frugando e leggendo documenti su documenti, è venuto a conoscenza di tanti fatti importanti o anche solo curiosi. Oggi grazie (!?) al Covid, chiuso in casa, ha riscoperto tutto ciò che aveva raccolto ed ha scelto gli argomenti a suo parere più interessanti. La sua famiglia è composta da sua moglie, suo figlio, sua nuora e due nipoti Francesco ed Emanuele.