Si è svolta ieri, nel parcheggio della palestra Buscherini di via Orceoli a Forlì, l’inaugurazione del restauro della lapide commemorativa dedicata ai partigiani Leo Gramellini e Remigio Saviotti. Alla cerimonia, sono intervenuti Alessandra Ascari Raccagni, presidente del Consiglio Comunale di Forlì, Alessandro Gasperini, coordinatore del Quartiere Ospedaletto Pianta Coriano, Lodovico Zanetti, presidente Anpi, Maria Luisa Bargossi, presidente Auser, e Gabriele Zelli.

La manifestazione, compresa nel programma delle iniziative promosse dal Comune di Forlì in occasione del 25 Aprile, si è tenuta dopo che nei giorni scorsi i volontari dell’Anpi e dell’Auser Lucia Saccone, Natale Corzani e Zino Tamburrino, hanno ripulito il cippo che ricorda i due giovanissimi partigiani. Negli interventi è stato ricordato che durante il corso della primavera del 1944 le zone collinari del pesarese, del riminese e del forlivese, attraversate dalla Linea Gotica, furono teatro di vasti scontri tra soldati tedeschi, uniti a miliziani italiani aderenti alla Repubblica Sociale, contro le formazioni partigiane, con episodi di straordinaria ferocia verso le popolazioni inermi.

Secondo le ricostruzioni storiche degli episodi dove trovarono la morte Leo Gramellini e Remigio Saviotti l’esercito tedesco aveva mobilitato circa 800 uomini, fra cui 150 repubblichini. Erano truppe con armamento pesante e una buona organizzazione per avviare una battaglia contro i partigiani che contavano fra le proprie file cinque o seicento giovani malearmati, poco equipaggiati, stremati da lunghe settimane di vita alla macchia e attività di guerriglia. Il 5 e 6 aprile 1944 iniziò una vasta operazione tedesca, appoggiata dai reparti italiani, per un attacco concentrico contro i nuclei partigiani: questi, per evitare l’accerchiamento, si divisero in due gruppi. Trecento di loro, compreso il comandante Ilario Tabarri, si incunearono tra le maglie dei fascisti e dei tedeschi e si portarono verso San Piero in Bagno e il passo dei Mandrioli. Gli altri, al comando di Alberto Bardi, per una azione diversiva, andarono in direzione opposta, verso le Marche.

La sera del 6 aprile i tedeschi arrivarono a Capanne di Verghereto dove era stata allestita una sorta di infermeria con 25 partigiani ricoverati che nel frattempo era stata abbandonata da chi ne aveva avuto la forza. I militi tedeschi si accanirono su quelli rimasti e subito uccisero a calci di fucile e colpi di pietra due giovani, Antonio Polidori e Carlo Fabbri. Gli altri presenti nell’infermeria, insieme ai civili del posto che erano stati catturati, vennero legati e costretti a trasportare pesanti casse di munizioni e armi tedesche e avviati ad un lungo calvario sulle vette e le valli tra Balze e Casteldelci.

La mattina del 7 aprile si scatenò una furiosa battaglia in direzione di Fragheto. La compagnia partigiana, comandata da Bardi, composta di forlivesi, cesenati, aretini, Pesaresi, slavi e russi, sorprese i reparti tedeschi nei pressi di Calanco. Nell’impari lotta, dopo tre ore di violento combattimento, Bardi ordinò lo sganciamento e i partigiani si ritirano a piccoli gruppi. Nello scontro morirono tre tedeschi, altri vennero feriti e caddero i partigiani Pietro Landi e Domenico Biserni, mentre Remigio Saviotti, gravemente ferito fu lasciato a casa di un residente della zona. I tedeschi si accanirono anche sul parroco di Fragheto don Adolfo Bernardi, che, pur in una situazione drammatica, si accingeva alle benedizioni pasquali e venne spogliato dei paramenti, catturato e preso in ostaggio.

La rabbiosa reazione tedesca si scaricò sui catturati alle Capanne: furono fucilati a Calanco: Guido Bulgarelli, Leo Gramellini, Tullio Pietro Battelli, Vittorio Fabbri e un partigiano slavo o russo la cui identità rimane ignota, nonché su Remigio Saviotti che nel frattempo era stato scoperto e catturato. Un milite tedesco, catturato dai partigiani alle Capanne e tenuto prigioniero a Fragheto, sfuggì ai partigiani, rientrò al suo reparto e il comandante tedesco ordinò un’azione di perlustrazione. I soldati incaricati si imbatterono, nei pressi delle prime case del paese, in un pugno di partigiani in fuga verso Carpegna e si verificò uno scambio di colpi con tre feriti e uno o due morti tra i tedeschi.

La rappresaglia si scatenò sugli abitanti; su 75 residenti vennero uccisi 7 bambini, 2 giovani, 6 anziani e 15 donne e le case della frazione di Fragheto furono incendiate.
La sera del 7 aprile i reparti tedeschi, a scaglioni, compreso il reparto con i superstiti dell’attacco all’infermeria delle Capanne, sopravvissuti alla fucilazione di Calanco, giunsero al ponte di Casteldelci e qui si fermarono con i prigionieri legati, affamati, in condizioni disumane, che il giorno dopo saranno uccisi senza pietà dai miliziani italiani.
Da allora il luogo è denominato il Ponte degli Otto Martiri – ha concluso il suo intervento Gabriele Zelli – che, insieme agli altri posti dove si sono verificati fatti analoghi, è il testimone che interroga le nostre coscienze, il monumento che ricorda il sacrificio di quei giovani, quale estremo gesto per la nostra libertà“.