Forlì dall'alto

Davvero implacabile sull’Emilia-Romagna l’autorevole quotidiano economico-finanziario Il Sole 24 ore nella sua annuale classifica sulla qualità della vita nelle provincie italiane: Forlì registra un capitombolo negativo di 26 posizioni, arretrando dal 14° al 40° posto, e scendono inesorabilmente Ravenna di 5 posizioni al 27° posto; Rimini di 7, attestandosi, così, i capoluoghi della Romagna su posizioni inferiori, comprese tra il 27° e il 43° posto della classifica nazionale. Non va meglio per le provincie emiliane, scendono tutte: Piacenza -14, Ferrara -11, Modena -9, Bologna -5, Parma -4, Reggio Emilia -2, sparpagliandosi tra il 6° posto di Bologna e il 38° di Piacenza.

La classifica è formulata su sei indicatori, essenziali ai fini della determinazione della qualità della vita: 1. Ricchezza e consumi; 2. Affari e lavoro; 3. Giustizia e sicurezza; 4. Demografia e società; 5. Ambiente e servizi; 6. Cultura e tempo libero.
Forlì resta ferma, quindi stagna nella ricchezza e nei consumi, cresce solo in giustizia e sicurezza, oltre che in demografia e società, in quest’ultimo caso grazie all’apporto dell’immigrazione, inesorabilmente cade, però, di 16 posizioni in affari e lavoro, precipita con un tonfo di 28 posizioni in cultura e tempo libero, vivacchia a stento con -9 posti nella classifica per ambiente e servizi. Insomma, la provincia forlivese registra una marcata regressione della propria qualità della vita, ma non vanno meglio gli altri territori, tutti in declino, cosa che ancor di più preoccupa laddove presenti consolidati distretti produttivi come Reggio Emilia, Parma, Modena e Bologna.

Colpa del Covid?

Suvvia un po’ di pudore, altrimenti non si comprende perché Il Sole 24 Ore premi tutte le provincie del nord-est tra Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, così pesantemente e luttuosamente colpite dalla pandemia, addirittura con Trieste prima in classifica.
E, poi, se la ripresa economica è davvero in atto, almeno così ce la racconta il capo macchina del “vapore governativo”, come mai gli indicatori registrati da Il Sole 24 Ore sembrano palesarci una macchina produttiva ancora lenta e solo su marce basse?
E, soprattutto, nel caso dell’Emilia-Romagna non sarà da chiedersi se la pandemia non abbia evidenziato, anche accelerandola, la crisi del tanto inconsistentemente decantato modello di sviluppo emiliano-romagnolo?

Forse le granitiche certezze del governatore di regione Bonaccini stanno rivelando la consistenza briciolosa del gesso e tutti rischiamo di credere ancora in un modello di sviluppo ormai logoro. La debacle di classifica delle provincie emiliano-romagnole coinvolge la responsabilità di tutte le amministrazioni comunali, di destra o sinistra che esse siano, segno questo di una classe dirigente politica omologata, da destra a sinistra, sul filo esclusivo della gestione e del mantenimento del potere piuttosto che della prospettiva e dell’innovazione.

Di Forlì mi ha colpito un dato veramente significativo, perché senza pari in regione: la perdita di ben 28 posizioni nel campo della cultura e del tempo libero, défaillance che costituisce un palpabile sintomo dell’inadeguatezza, ancora di più in tempi di pandemia, del modello “grandi mostre”, perseguito dall’attuale lobby culturale forlivese, immarcescibile, nonostante anche la mutata amministrazione locale. Come possono consolarsi i romagnoli forlivesi? Forse, con quel bel vassoio di pasta fresca che, giorni fa, un parlamentare cittadino mostrava sui social con l’esultante conclusione “Ma quanto sono buoni i cappelletti romagnoli!” oppure con il piatto di arancini di riso, propostoci stamani da una gentile assessora tanto glamour? Che triste contraddizione tra le tante luminarie, i tanti giochi di luci di un Natale effimero da baraccone in piazza e il declino lento di una provincia, di una regione che nessuno vuol vedere o ammettere.

Franco D’Emilio