Dante incontra Monsieur de La Palice

Ogni tanto capita di non avere nulla di meglio da fare, ancora di più in una domenica novembrina piovigginosa e scura, prossima alla giornata dei defunti, tale da indurti allo scrupolo che sempre debba concedersi al prossimo una prova d’appello, insomma di rinnovata fiducia.
Così, poco più di una decina di chilometri sino a Predappio per una visita alla mostra “Dante. Il più italiano dei poeti, il più poeta degli italiani”, allestita a Casa Mussolini con il contributo di vasto novero di colte intelligenze e la cura di due illustri carneadi.

Confidavo che la celebrazione predappiese del Sommo Poeta potesse sollevarmi dalla delusione della precedente mostra “Il paese dei Mussolini”, da me già recensita, per questo mi aspettavo molto di più, tanto mi aveva stuzzicato il titolo dell’evento, così celebrativo, retorico e altisonante, e tanto ancora mi aveva incuriosito scoprire come fosse illustrato, documentato il percorso, finalizzato a provare l’assunto del titolo stesso.
Invece, niente, il titolo resta lì, ovvio, scontato, incontestabile: in fondo, solo un’abile capriola di parole ad effetto, “il più italiano dei poeti, il più poeta degli italiani” sul grande manifesto in bella mostra sulla facciata della Casa Natale Mussolini, insomma quasi una verità lapalissiana nel nome del celebre maresciallo di Francia Jacques de La Palice.

Nella mostra solo i numeri all’ingresso delle stanze guidano nella visita, manca una suddivisione tematica, logica e consequenziale, del percorso espositivo, ma soprattutto attinente al titolo della stessa esposizione. In fondo, è come se si entrasse convinti di trovare fiaschi e, invece, si trovassero fischi, quindi legittima la conclusione, per dirla alla maniera dei vecchi insegnanti, che sul tema gli allievi siano maldestramente usciti fuori dal seminato. Per carità, niente da dire, interessante il materiale bibliografico e fotografico esposto, splendide e preziose talune xilografie, rara e singolare certa oggettistica, ma con le lapidarie parole di Antonio Di Pietro resta il dubbio “che c’azzecca!” tutto questo con il tema proposto, ufficiale della mostra.

In realtà, c’è esplicita soltanto la celebrazione fascista di Dante, evitando, però, di dichiararla apertamente, meglio un titolo che non desse negli occhi e nelle orecchie, magari suscitando un’accusa di apologia.
Così si è scelto con pavida furbizia un titolo che non c’azzecca, dimenticando come per fare cultura siano fondamentali il coraggio e la lealtà verso il visitatore: “Dante in camicia nera” oppure “Dante e il Fascismo”, questi sarebbero stati possibili titoli rispondenti al contenuto reale della mostra predappiese.
La medesima mostra viene, poi, definita “storica documentale”, ma in verità l’apparato documentale o documentario, che dir si voglia, è alquanto striminzito, all’osso, come diversamente, invece, sarebbe accaduto se si fosse rispettato davvero il titolo dell’evento.

Subito nella stanza n. 1 saltano agli occhi due stonature, chiamiamole così, entrambe di contenuto ed allestimento: la prima riguarda l’esposizione di un volume della Divina Commedia, illustrata da Amos Nattini, posto sotto il pannello con la memoria “IN QUESTA STANZA NACQUE BENITO MUSSOLINI. DOMENICA 29 LUGLIO 1883 ORE 14.45”, quasi un catafalco che offende l’opera eterna della Divina Commedia; la seconda riguarda la contestualizzazione del celebre “Profilo continuo”, terracotta di Renato Bertelli, incredibile effigie del volto del Duce, sicuramente un pezzo di superbo valore storico e artistico, che però con la mostra ed il titolo disatteso stecca come i cavoli a merenda.

I testi triti, fitti e mal impaginati, le didascalie a caratteri troppo minuti, spesso logorroiche, tutto per una spiegazione opaca, per nulla diretta, anche saccente, suscitano l’impressione che in questa mostra si debbano solo sfogliare figure e immagini al ritmo fascista del “passo romano”. Sicuramente, a Predappio dopo la mostra “Il paese dei Mussolini” pure le celebrazioni dantesche sono state solo un pretesto, uno strumento per assecondare certo sfoggio e protagonismo collezionistico sul Ventennio. Povero Dante, uomo libero da guelfi e ghibellini, finito “a riveder le stelle” in orbace predappiese!
Come visitatore mi sono sentito tradito dal mancato rispetto del titolo della mostra e annoiato dal percorso espositivo “di palo in frasca”, insomma nulla di saliente, una vera barba, cosa questa confermatami dal fatto che a fine mostra si sia sentita la necessità di esporre lamette da barba del Ventennio, ancora nella loro cartina con la figura di Dante.
Davvero indecoroso chiudere “a filo di pelo” la celebrazione predappiese del “più italiano dei poeti e del più poeta degli italiani”.

Franco D’Emilio