Vignetta-di-Donato-Tesauro-fasciocomunista

Tutte le favole, le storie in fondo hanno una morale, quella che segue è una favola moderna dei nostri tempi per avvertirci come, spesso, non valgano le apparenze e cane e gatto possano andare pure a braccetto, fuori dalla loro abituale inimicizia.
L’attuale dibattito politico sulla messa fuori legge di Forza Nuova, accusata di ricostituzione del disciolto Partito Fascista, vede il Partito Democratico distinguersi per il malevolo proposito di voler, comunque, accusare Fratelli d’Italia e la sua leader Giorgia Meloni della responsabilità di una copertura, palese od occulta, prestata a taluni estremismi di estrema destra, più o meno nostalgici, quindi anche alla stessa Forza Nuova.

Questa caccia piddina al fascista mi fa amaramente sorridere al ricordo di quanto avvenuto, pochi anni fa, in qualche Comune romagnolo, “borgo selvaggio”, magari “natio” di immensa gloria littoria: un granitico postcomunista, già consapevole della progressiva anemia del suo partito per ridotti globuli rossi elettorali, non esitò, pur di vedersi eletto alla sindacatura del suo paesotto, erede di tanta trascorsa autorità podestarile, a contattare un capomanipolo locale di Forza Nuova per convincerlo a riversare sul suo nome i voti degli irriducibili forzanovisti del borgo selvaggio, ancora illusi di costruire il futuro sulle rovine di un tragico passato.

La posta in gioco poco più di 100 voti, certo non pochi in un fazzoletto di paese dal contenuto bacino elettorale, e, poi, riconosciamolo, al pari dell’oro anche “votum non olet”, basta tapparsi il naso e per la causa del proletariato tutto fa brodo!
Il novello accordo, tardiva conferma caricaturale del Patto Molotov-Ribbentrop del ’39 tra la Russia comunista di Stalin e la Germania nazista di Hitler, alla fine fu concluso e l’anima rossa del borgo selvaggio festeggiò presto l’elezione del compagno sindaco, ignorando, però, come in quella vittoria ci fosse pure lo zampino dell’anima nera e ardita della paesana Forza Nuova.

L’incontro sul filo inesorabile di un “do ut des”, insomma un voto di scambio o, detto fuori dai denti, un meschino mercato delle vacche, avvenne in luogo riservato, ma fu suggellato nella penombra cospirativa di una trattoria in superiore loco con una pantagruelica mangiata, innaffiata da generoso sangiovese, rosso partigiano o nero camerata a secondo della rispettiva ideologia enologica.

Alla faccia di compagni e camerati, che pensassero pure a fissarsi gli uni contro gli altri, come cani e gatti, o a fronteggiarsi a date fisse con rituali tagliatelle antifasciste o lugubri marce cimiteriali, i due brindarono alla propria salute in barba ad ogni ideale e valore.
Per sfortuna dei due né l’incontro né la mangiata passarono inosservati, non mancarono i testimoni di tanto summit e, persino, qualche scatto fotografico clandestino che, però, nessuno ebbe mai le palle di rendere pubblico, troppa paura del rosso Mangiafuoco.
Trascorse le elezioni, il sindaco postcomunista tornò al suo antifascismo duro e crudo, magari al grido anni ’70 “fascisti carogne tornate nelle fogne”, e del capomanipolo di Forza Nuova si perse traccia, come conviene a chi tradisce per una mangiata, una bevuta e trenta danari.

Franco D’Emilio

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