Bagnino mare

La protesta dei marinai di salvataggio riminesi di questi giorni ha riportato alla ribalta alcuni temi che da tempo gli angeli del mare mettono sul piatto della discussione politica. Mirco Botteghi, referente della Filcams Cgil, durante la manifestazione ha manifestato alcuni dubbi sulla interruzione del servizio di salvamento nonostante la bella stagione e la presenza ancora di turisti sulle spiagge riminesi. La soluzione? La gestione pubblica del servizio di salvamento, che tradotto significa che i marinai di salvataggio non dovranno più essere dipendenti dei bagnini ma dello Stato o meglio dei Comuni.

All’indomani della manifestazione di piazza Cavour, è singolare però il fatto che alla richiesta di sottrarre il peso economico di tale servizio ai bagnini, abbiano risposto in difesa di questa imposizione legislativa, il presidente nazionale di Oasi Confartigianato Giorgio Mussoni e Mauro Vanni, presidente del Sindacato Balneari Confartigianato dell’Emilia-Romagna. Soggetti rappresentanti la categoria dei bagnini che dovrebbero essere favorevoli ad una richiesta che di fatto li escluderebbe dal pagare obbligatoriamente il servizio di salvamento e da tutti i passaggi burocratici inerenti assunzioni, attrezzatura, aggiornamenti legislativi, contributi, controllo del personale ecc. Mussoni e Vanni offrono sul Corriere Romagna un misto di assunzione di responsabilità “all’amatriciana” e il doveroso rispetto di obblighi legislativi “come se fosse antani”. Ma vediamo invece quali sarebbero i pro e i contro di una gestione pubblica del servizio di salvamento sulla riviera romagnola:

Certamente ci potrebbe essere un inizio ed una fine del servizio consono alle presenze di fatto in spiaggia e più mirato territorialmente visto che Lido Adriano nello stesso periodo potrebbe essere molto diverso da Rimini o Cesenatico.
Con i “salvataggi di Stato” un fattore di enorme cambiamento sarebbe quello dell’indipendenza nello svolgere detto servizio, ma questo punto, a mio avviso di maggior spessore per richiedere la gestione pubblica, non è mai stato messo sul piatto dai sindacati.
Corsi di aggiornamento uguali ed obbligatori per tutti garantirebbero uno standard omogeneo ed elevato di professionalità, cosa che oggi è a macchia di leopardo e nei casi peggiori mediocre. Con la gestione pubblica il ruolo dei salvataggi sarebbe di enorme aiuto per la Capitaneria di Porto, assumendo un ruolo maggiore per la segnalazione di reati commessi all’interno della fascia balneabile da loro controllata. Migliorerebbe in alcuni casi la qualità dei mezzi di soccorso e di tutta l’attrezzatura che un vigilante del mare deve avere.

I contro di maggior spessore riguardano invece:
I costi che la collettività dovrebbe sostenere per un servizio certamente di pubblica necessità che sarebbero tolti a chi oggi paga una concessione spiaggia relativamente bassa rispetto ai guadagni. Togliere ai bagnini questa spesa è allo stato dei fatti iniquo.
La qualità del servizio in tema di professionalità e serietà sul lavoro sarebbero un problema: chi controlla il lavoro dei salvataggi, il rispetto dell’orario, che non dormano in torretta o non si dedichino troppa attenzione alla conquista di turiste o che durante il servizio raccolgano le vongole o che “cazzeggino” con il moscone o che non rastrellino la battigia per il bagnino? Oggi tale compito è affidato intrinsecamente ai loro datori di lavoro, cioè ai bagnini.

Detto ciò credo sia difficile che il governo prenda in considerazione l’opportunità di “statalizzare” il servizio di salvamento per alcune ovvie ragioni;
Perché farlo quando la responsabilità economica di tale servizio è già accollato ai bagnini che godono di una concessione balneare conveniente sarebbe un provvedimento che aumenterebbe l’iniquità nel rapporto Stato-balneari.
Perché accollarsi l’onere economico di allungare la stagione quando è già presente una legge che ha già risolto un problema sotto tutti i punti di vista è illogico. La legge infatti consente ai bagnini che lo vogliono, di estendere il servizio e in caso contrario li tutela dalle responsabilità di annegamenti al di fuori del periodo in cui il servizio salvamento non è più obbligatorio. Infine la legge garantisce, obbligando chi resta aperto “fuori stagione”, l’onere di informare il pubblico con la bandiera rossa ed il relativo cartello di mancanza di servizio di salvamento.

Un punto di maggior peso nella contrattazione proprio riguardo alla reale sicurezza e quindi al miglioramento professionale del servizio di salvamento nelle spiagge italiane sarebbe la possibilità di svolgere tale lavoro in maniera indipendente. Quindi offrirebbe ai salvataggi la possibilità di rifiutarsi di togliere il cartello di chiusura della balneazione richiesto a volte da quello che diventa di fatto, il tuo “padrone”. Pena la mancata assunzione l’anno dopo. Di attaccare avvisi di pericolo per la salute pubblica in mezzo al mare anziché in battigia, dove sarebbero immediatamente visibili, di issare bandiera bianca nonostante la balneazione sia chiusa mantenendo così in coma assistito i turisti ignari dei pericoli. Di informare tempestivamente i turisti quando si aprono gli scolmatori fognari in spiaggia, rifiutarsi di non mettere sul pennone la bandiera gialla in caso di raffiche di vento forte per non far chiudere gli ombrelloni lasciando i clienti sotto il sole a lamentarsi. Di chiudere gli occhi di fronte a pedalò con più persone del consentito quando la concessione di affitto di queste imbarcazioni è del bagnino che ti assume. Se il tuo datore di lavoro è lo Stato, il salvataggio è libero di fare il salvataggio e operare a tutela dei bagnanti senza ricatti palesi o subdoli. Ma ad oggi questo tema è arabo.