Un forlivese del passato, munifico e famoso Melchiorre Missirini

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Ettore Casadei, nella sua guida “Forlì e dintorni” del 1928, scrive di un bassorilievo di Canova che era murato in alto nella prima sala d’avancorpo del Cimitero Monumentale. Opera dedicata da Melchiorre Missirini (ma lui preferiva farsi chiamare Melchior) a sua madre, morta il 4 giugno 1798. In anni successivi il pannello è stato posto in Pinacoteca.

bassorilievo
Melchior, fece eseguire una copia in marmo di uno dei due bassorilievi realizzati in gesso da Canova nel 1795 e raffiguranti “opere di misericordia”. Due i soggetti: insegnare agli ignoranti e dar da mangiare ai poveri. Missirini scelse per la copia marmorea in onore della madre una scena pedagogica che raffigura nella parte destra una donna che insegna a leggere ad un bambino in piedi su uno sgabello, mentre sul lato opposto a sinistra, due fanciulle sono intente al lavoro. Al centro, il secondo fanciullo, inginocchiato con il rosario, rappresenta l’elemento che fonde gli elementi della scena nel suo insieme. Rispetto al gesso originale conservato nella gipsoteca di Possagno, questo bassorilievo si presenta con un rilievo molto più accentuato e diverse varianti. Il bambino, al centro nel gesso, era una bambina. È anche scomparsa una terza figura femminile nella parte sinistra dietro le due presenti. Vi sono varianti nelle acconciature e nei nastri fra i capelli. È molto più semplice il sedile della maestra.

…lo stile è severo, ma la complessiva dimensione di semplicità rappresentano la via verso il bello e l’espressivo… Questo pannello, restaurato, ha rivelato il colore autentico del marmo di Carrara, meno prezioso di quello abitualmente usato da Canova. Sistemata anche la cornice di ferro inserita per rafforzare la lastra che è attraversata dall’alto in basso da una fenditura. Le sue misure sono: 116x97x10 cm. di spessore. Questa opera d’arte di particolare importanza per Forlì, altro dono per la città, anche se indiretto, si unisce a tutte le altre (tutto il suo patrimonio artistico!) che Melchior nel 1840 (come vedremo) ha voluto donare alla sua patria, come dice lui. Ci sembra giusto con questa premessa soffermarci un attimo su questo incredibile personaggio forlivese.

Cominciamo così ab imis e andiamo in via Bella (guarda caso oggi via Missirini) dove abitava al n° 15 nella casa Missirini per lo meno fino al gennaio 1889, anno della morte del nipote Callimaco, la famiglia di Domenico, piccolo imprenditore della seta e Maria Francesca Ravajoli. Due i figli. Il primo, Melchiorre, nato il 15 gennaio 1773 e morto il 18-12-1849 e Giuseppe nato nel 1778 morto nel 1829. Quest’ultimo massimo rappresentante dell’architettura neoclassica nell’ambito forlivese.

Nelle note autobiografiche (Piancastelli), Melchiorre ricorda la severità del padre e i cattivi insegnanti. Avviato alla carriera ecclesiastica si laureò in teologia nel 1795. Celebrò nel 1796 la sua prima messa nella cattedrale di Forlì. Da allora tenne per quasi vent’anni la cattedra di eloquenza nel ginnasio cittadino. L’occupazione francese del 1796 (battaglia del Senio 2-2-1797) lo vide entusiasta per le idee rivoluzionarie, come attestano alcuni scritti giovanili.

Segretario della Municipalità forlivese per tutto il periodo napoleonico, fu uno dei prescelti per ricevere Vincenzo Monti e Luigi Oliva, venuti in città a trattare la riforma politica della Romagna in occasione dell’unione fra la Repubblica Cispadana e la Cisalpina. Dopo la breve Restaurazione del 1799, riconobbe pubblicamente in una lettera al vescovo i propri «traviamenti», ma la figura di Napoleone lo affascinò tanto che gli dedicò una cantica nel 1802 e un’ode nel 1809. In questo periodo fu nominato delegato distrettuale del Culto.
Nel 1813, si trasferì a Roma, munito di una patente del vescovo di Forlì, Andrea Bratti, come lui filofrancese. Evitò così i provvedimenti disciplinari che colpirono i religiosi che avevano appoggiato il regime napoleonico. A Roma conobbe lo scultore Antonio Canova, divenendone amico, uomo di fiducia e segretario. L’anno successivo, dopo il rientro di Pio VII dalla prigionia francese, lasciò Roma per Firenze: ufficialmente per non approfittare dell’ospitalità dell’artista, in realtà perché non era conveniente per Canova ospitare l’abate, dichiaratamente filo giacobino e napoleonico. Rientrato a Roma, su richiesta di Canova (lettera del 9 gennaio 1816), Missirini pubblicò Su i marmi di A. Canova (Venezia 1817), che lo mise in luce nell’ambiente letterario romano. Missirini partecipò a pieno titolo a quella corrente di pensiero definita «filosofia dell’italianismo» che nel clima della Restaurazione assunse anche tinte politiche che però non lo coinvolsero.

Nel 1818 celebrò ancora Canova con l’opera poetica Monumenti di scultura e architettura. Così, se da una parte svolse per Canova le mansioni di segretario, dall’altra seppe costruire con lui un intenso rapporto culturale e d’amicizia, trattando di arte e letteratura. La sua cultura e la sincerità della sua amicizia hanno rivalutato nel tempo la sua testimonianza, considerata non semplice agiografia, ma elemento utile per una migliore comprensione degli ideali dello scultore, che Missirini stesso contribuì a formare.
Nel 1814 entrò nell’Accademia Tiberina e divenne arcade con il nome di Tirinzio Cariteo.
Nel 1819 fu eletto prosegretario dell’Accademia di S. Luca di cui nel 1823 ne scrisse la storia. In questo periodo la sua vita fu caratterizzata dalla frequentazione dei più importanti salotti romani, come quello di Marianna Candidi Dionigi.

Morto Canova il 13 ottobre 1822, Missirini ne lesse l’orazione funebre il 31 gennaio 1823. Questo suo discorso non ottenne alcun plauso. Anzi. Da ricordare il giudizio negativo di Giacomo Leopardi, che, senza sapere della presenza dell’abate, lo espresse proprio in presenza di Missirini. Un fatto che suscitò clamore negli ambienti mondani di Roma. Questo non impedì a Missirini di instaurare con il poeta un rapporto di reciproca stima, come si legge nell’epistolario leopardiano (lettera a Melchior del 15 gennaio 1825). Anzi, Melchior fu nel 1824 tra i pochi destinatari di una copia omaggio delle Canzoni di Leopardi, del quale riconobbe la statura poetica, dedicandogli il sermone Le rime recenti (in Sermoni, Livorno 1829).

La biografia di Canova (Della vita di Antonio Canova libri quattro) scritta nel 1824, dopo il rifiuto di Pietro Giordani, lo consacrerà nel mondo delle lettere. Scritta in un’ottima prosa resa più viva dal coinvolgimento personale dell’autore, ebbe varie ristampe e confermò la fama dello scrittore. Questa sua opera apprezzata dai contemporanei è caratterizzata da una ricca documentazione e basata su solide conoscenze nel campo dell’estetica. Missirini individuava nell’ispirazione al vero, prima ancora che negli esempi classici, la strada maestra seguita da Canova e da questo la ragione autentica della sua grandezza.
In seguito divenne segretario di Bertel o Alberto Thorwaldsen, il famoso scultore danese e di Vincenzo Camuccini, pittore romano, che gli fece anche un ritratto.

Il clima politico (reazionario e conservatore, non dimentichiamo la proibizione del vaccino contro il vaiolo) instauratosi nello Stato pontificio dopo l’elezione di Leone XII fu all’origine della censura che colpì Missirini nel 1827. Un’edizione veneziana delle opere canoviane, in cui lui aveva redatto il testo, fu giudicata per le incisioni contraria al decoro, e così fu costretto a ritirarsi nel convento di S. Gregorio al Celio (…più di un anno dopo [la morte di Canova] venne apprensione al Papa Leone XII, che le stampe delle opere del Canova potessero offendere la pubblica morale, e ledere il buon costume, e perciò comprati tutti i rami, e tutte le stampe dell’Illmo. Mr. Canova, le stampe fece ardere, e dei rami parte ne rase, e parte fè vestire le figure…). Uscito per intercessione di un prelato, decise di abbandonare Roma per Firenze. Vi riuscì nel 1828 con l’aiuto del drammaturgo Giovanni Battista Niccolini e cercò di ottenere un incarico per non dare l’impressione di una fuga.
Mentre rinunciava alla carica di prosegretario dell’Accademia di S. Luca, pubblicava Delle pitture a fresco… nel regio palazzo Pitti (Pisa 1829), con la quale inaugurò una fortunata serie di commenti a opere d’arte. Missirini si inserì facilmente nel mondo culturale del Granducato, divenendo amico di moltissimi artisti e collaborando a varie riviste, fra cui l’Antologia di G.P. Vieusseux. Testimonia il suo prestigio il fatto che si ricorse a lui per la scelta dei toscani illustri da rappresentare nelle nicchie esterne del palazzo degli Uffizi.
A proprio agio nella tollerante Toscana di Leopoldo II, Missirini indirizzò la sua attività verso un maggiore impegno civile: studi su Dante, su Alfieri, celebrazioni di italiani illustri e alcuni scritti riguardanti i cimiteri nel 1837, gli valsero la nomina a membro della Società delle scienze fisiche e chimiche di Parigi. Proclamato socio della R. Accademia di belle arti di Firenze, ottenne nel 1841 la cittadinanza toscana.

All’interno dell’ortodossia cattolica il Missirini assunse posizioni riformiste moderate, inserendosi in quel movimento d’idee che scelse Dante come simbolo d’italianità.
Non è possibile non ricordare il suo gesto più importante: il lascito dei suoi beni, artistici e culturali, una quantità enorme, alla città natale: Forlì.
La sua frequentazione, la sua amicizia, la sua confidenza con tanti e famosi artisti lo aiutò a formare una ricchissima collezione di volumi, dipinti, medaglie e statue, offerta e poi ceduta nel 1840 alla sua città natale, Forlì, in cambio di un vitalizio a favore dei nipoti, figli del fratello Giuseppe morto nel 1829. E’ un importantissimo, unico e notevole patrimonio comprendente fra l’altro un taccuino di disegni di Canova (quelli di mano dello scultore sono 36), dono dell’autore. Infatti, Melchior così scriveva il 15 luglio 1840 al marchese Paolucci Gonfaloniere di Forlì:
… si assecondi il mio voto di potere con alcuna opportunità de’ miei nipoti deporre nel nostro pubblico Ginnasio (come abbiamo ricordato vi ha insegnato retorica per 20 anni) molto degli oggetti d’arte e i libri che mi è avvenuto raccogliere co’ miei risparmi e sacrifici, co’ miei servigi alle arti e colla mia congiunzione co’ preclarissimi artisti dell’era nostra….
Oggi questo patrimonio d’arte è un segno di distinzione della nostra Pinacoteca cittadina.
La bibliografia di Melchiorre Missirini è vastissima, impossibile citarla tutta. Uscì postumo Dello spirito patrio e del coraggio politico di S.Caterina da Siena (1853), in cui Missirini mise in discussione il potere temporale dei papi.
Melchiorre Missirini abitava a Firenze nel Palazzo Ricasoli Scroffa in Corso Tintori dove morì il 18 dicembre 1849. Fu sepolto a Trespiano, fuori dalle mura cittadine.
Da notare che nell’atto di morte redatto dal curato della Comunità di S. Remigio, sono presenti un errore (il Parroco gli attribuisce 80 anni, anziché 76) e una curiosità. Nella colonna: Condizione: il curato scrive: miserabile!

Agostino Bernucci