Ronchi: «La maggioranza ripropone ancora il piccone demolitore in centro storico»

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Torna in Consiglio Comunale lunedì 7 giugno la variante al Centro Storico adottata il 29 giugno scorso con la quale si permette di demolire la gran parte degli edifici storici in centro per ricostruirne la sola facciata, come nelle scenografie dei film. La vecchia ideologia del “piccone demolitore” che trova da queste parti molti aficionados non è mai stata abbandonata e poco importa se da 50 anni, con la Carta di Gubbio si è affermata nel nostro Paese la cultura della conservazione di tutti gli edifici dei Centri storici come unico bene unitario da tutelare nel suo complesso. E quindi, metabolizzato il colpo inferto alla variante dall’art. 10. della Legge 120 del 2020 «Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitali» che ha impedito le demolizioni e ricostruzioni nelle zone storiche delle città, gli attenti amministratori della città sono pronti a riprovarci” commenta Alessandro Ronchi di Europa Verde.

Evidentemente sono stati male informati – continua – da qualche loro solere parlamentare che ha seguito forse un po’ distrattamente il complesso iter di formazione del nuovo decreto semplificazione che nella stesura del 21 maggio, all’articolo 18 consentiva appunto l’applicazione del piccone demolitore alle parti storiche della città. Fortunatamente in Italia esiste ancora una diffusissima coscienza e cultura della tutela dei beni culturali e storici, e molte associazioni e autorevoli gruppi di cittadini hanno sollevato il problema richiamando l’attenzione dei massimi livelli istituzionali sulle conseguenze negative di una simile norma, mascherata, come si usa fare in queste circostanze, dagli altisonanti obiettivi di ridurre gli sprechi energetici, rendere antisismici gli edifici e “moderne” le abitazioni. In seguito a ciò il Capo dello Stato con un breve ma incisivo discorso ha ricordato il dovere di rispettare l’articolo 9 della Costituzione richiamando l’attenzione sui doveri della tutela e quindi il Governo, compreso l’errore si è affrettato a fare sparire la norma nella stesura finale del decreto“.

Quindi la variante è del tutto illegittima e invitiamo pertanto il Consiglio Comunale a non procedere oltre per evitare ricorsi e non determinare ulteriori incertezza per i cittadini. Vogliamo mettere fra l’altro in evidenza che anche tecnicamente le norme che il Comune vuole approvare sono sbagliate, a cominciare dal fatto che all’interno di aggregati urbani intervenire sui singoli edifici demolendoli e ricostruendoli con strutture rigide diminuisce la sicurezza complessiva dell’insieme delle costruzioni, all’interno delle quali quella “nuova” in caso di sisma funzionerebbe da martello. Ricordo qui di seguito i contenuti e la genesi della variante. La variante urbanistica di revisione delle zone storiche A1.3, A6, A7, A8 fu votata da quasi da tutti in Consiglio Comunale, ad esclusione di due astensioni e l’uscita dall’aula dei consiglieri PD e della Presidente del Consiglio” insiste Ronchi.

Il comportamento di voto dei diversi partiti ha rivelato che la variante in questione ha una storia assai lunga e che non è farina del sacco di questa Amministrazione, che si è limitata a portare in adozione un progetto elaborato fin dal 2017, sotto la direzione della Assessora all’urbanistica dell’epoca. Non si tratta dell’unica perla che la nuova maggioranza eredita in materia urbanistica, anzi fino ad ora si può tranquillamente affermare che le cose peggiori, tra le quali senza alcun dubbio tutte le questioni inerenti il proliferare di nuovi supermercati e centri commerciali che coprono di nuovo cemento centinaia di ettari di terreno, sono il prodotto della azione sconsiderata messa in campo nei 5 anni precedenti. Poiché le cose sbagliate non muoiono mai la nuova Amministrazione, trovandosi pronto il progetto, lo ha fatto proprio, incurante delle poche voci contrarie che si sono levate per mettere in evidenza la negatività di una proposta oscena: cancellate le politiche di conservazione dei tessuti edilizi storici attuate attraverso il restauro, basate sul principio che la tutela fosse il cardine delle politiche riguardanti le città storiche” precisa l’esponente dei Verdi.

Scompare, definitivamente cancellata, la nozione stessa di centro storico, costituito dall’intero tessuto degli edifici che il tempo ha stratificato nella parte antica della città, creando un unicum fatto di edifici, monumenti, palazzi, spazi pubblici, piazze, del quale a malapena si vogliono salvare solo i pochi edifici vincolati ai sensi del Codice dei BBCC, ritornando ad una concezione superata da decenni, secondo la quale sono i soli monumenti ad avere il diritto ad essere conservati. Ovviamente questa variante aveva incontrato il plauso degli immobiliaristi, dei costruttori e delle categorie professionali. La Variante però era stato azzerata da un emendamento introdotto al Senato da Loredana De Petris, già senatrice Verde, sul decreto semplificazioni dell’ottobre 2020 che ha introdotto limiti molto stringenti agli interventi in zona omogenea A, cioè nei Centri Storici così come individuati dal DM 2 aprile 1968. Alla Amministrazione a questo punto resta solo di ritirare la delibera e di predisporne un’altra che cancelli le norme in questione, compreso quelle che riguardano il villaggio Matteotti facendo proprio il contenuto del punto 6 della delibera di adozione della variante che dichiarava pertinenti e, se del caso, accoglibili, tutte le osservazioni che comportino l’adeguamento normativo a disposizioni di legge nazionali e regionali di settore e/o a previsioni di piani sovraordinati, declinandone i contenuti alla scala ed alla dimensione comunale, ove necessario. È proprio questo il caso e dunque si adeguino le norme comunali alle disposizioni di legge nazionali” conclude Alessandro Ronchi.