Dovadola-arco-foto-di-Dervis-Castellucci

Guido Guerra: in sua vita fece col senno assai e con la spada.
Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, / tutto che nudo e dipelato vada, / fu di grado maggior che tu non credi: / nepote fu de la buona Gualdrada; / Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita / fece col senno assai e con la spada” (Inferno, Canto XVI, vv. 34-39).

Non si può proseguire nel nostro cammino senza fare cenno a una figura molto importante, legata a Dovadola: Guido Guerra, figlio di Marcovaldo Guidi, nipote di Guido il Vecchio (… -1213), e “de la buona Gualdrada” Berti, esempio di virtù femminili, nato intorno al 1220 e morto nel 1267.

Dopo un periodo trascorso alla corte di Federico II (1194-1250), Guido divenne uno tra i più influenti sostenitori della parte guelfa fiorentina. In seguito alla disfatta di Montaperti del 1260, fu costretto all’esilio, tuttavia continuò a lavorare per la parte guelfa e nel 1266 si distinse nella battaglia di Benevento. Al suo rientro da vincitore a Firenze venne nominato capitano della città, cioè comandante delle truppe fiorentine. A lui si attribuisce la consegna a Piteglio (Pistoia) di un’ampolla contente il sacro latte della Madonna, dopo averla ricevuta in dono da Luigi IX (1214-1270), una preziosa reliquia che la tradizione vuole fosse stata portata da un crociato proveniente dalla Terrasanta. L’ampolla è tuttora conservata nella cappella della Madonna del Latte, all’interno di un grande altare seicentesco della Chiesa di Santa Maria Annunziata di Piteglio, ove è oggetto di grande venerazione.

Guido Guerra è ricordato soprattutto per essere stato uno dei tre fiorentini che Dante Alighieri pose nel girone dei sodomiti, assieme a Jacopo Rusticucci (…-1266 circa) e a Tegghiaio Aldobrandi (…-1262), tre figure prese dal mondo politico e militare della generazione immediatamente precedente a quella del poeta, personaggi di grande fama che, come Dante fece dire a Jacopo Rusticucci, non devono ingannare per il loro aspetto miserabile da dannati, essendo stati in vita uomini valorosi e rispettati.

Paolo e Francesca: amor, che a nullo amato amar perdona

Vanno ricordati gli studi di don Pompeo Nadiani, nato nel 1894, valente latinista e cultore di Dante, il quale ipotizzò che il poeta per raggiungere Forlì, dopo aver passato Rocca San Casciano, stanco, solo e povero, raggiunse Dovadola (foto di Dervis Castellucci) dove chiese ospitalità al castellano Salvatico Guidi (1240/45-1316). I due, come già accennato, si conoscevano, anche perché Salvatico nel 1282 fu eletto capitano della Taglia Guelfa, la “confederazione” dei Comuni guelfi in Toscana, nel 1286 comandò l’esercito fiorentino contro i pisani e due anni dopo fu chiamato a ricoprire la carica di podestà di Siena. In base alle argomentazioni di Nadiani, Dante incontrò a Dovadola anche Manetessa, figlia di Buonconte da Montefeltro (1250-1289). Buonconte si distinse nel 1287 nelle lotte tra guelfi e ghibellini ad Arezzo ed ebbe una parte notevole nella cacciata dei primi dalla città. Nel 1288 fu tra i capitani che comandarono vittoriosamente lo scontro con i senesi alla Pieve al Toppo, località a circa dieci chilometri da Arezzo, sulla strada che porta a Siena, e l’anno successivo guidò i ghibellini di Arezzo contro i fiorentini. Dante si scontrò l’11 giugno 1289 a Campaldino con Buonconte; quest’ultimo si comportò valorosamente sul campo di battaglia dove trovò la morte.

Fra le donne che appartenevano alla famiglia del castello una era in rapporti di parentela con i Guidi e cioè la figlia di Paolo Malatesta, Margherita, nata dal matrimonio, celebrato nel 1263, del riminese con Orabile Beatrice, ultima erede dei conti di Giaggiòlo, feudo poco distante da Dovadola. Paolo, che va ricordato per essere stato, tra l’altro, capitano del Popolo di Firenze nel 1282, dove probabilmente conobbe Dante, fu l’amante di Francesca da Polenta.

Secondo Nadiani, a Manetessa non parve vero di poter conversare con Dante, il fiorentino colto, letterato, poeta, e fu lei stessa a raccontargli che gli amanti furono sorpresi e uccisi da Gianciotto Malatesta (1240-1304), fratello di Paolo e marito di Francesca. Per descrivere questo episodio Dante scrisse versi memorabili che, a oggi, possiamo definire immortali: “Amor, che a nullo amato amar perdona / mi prese del costui piacer si forte…”. Dante, secondo Nadiani, ascoltò la storia di Paolo e Francesca seduto accanto ai grandi camini che riscaldavano le stanze della Rocca dei conti Guidi. Non sapremo mai se ciò avvenne realmente in questo modo. Tuttavia, sta di fatto che il racconto della storia d’amore romagnola per eccellenza, quella di Paolo Malatesta (1246-1285) di Rimini e Francesca da Polenta (1259-60-1285), ebbe un ruolo rilevante nella Commedia. I due cognati trascorrevano le loro giornate “cortesi… per diletto e sanza alcun sospetto” impegnati nella lettura di un libro (“Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse”) in cui si narra la romanzesca tresca tra Ginevra e Lancillotto, con dame antiche e cavalieri a far da sfondo. Il messaggio dantesco, in un momento storico in cui l’analfabetismo era dominante, dovette apparire travolgente e di grande impatto emotivo e ancora oggi ci si chiede e si ricerca la località della Romagna in cui il tragico evento di sangue sia realmente accaduto.

Con Paolo e Francesca Dante costruisce un dramma tra eros e thanatos, quello dell’amore che non può dominarsi, dello strazio di una passione che ubriaca i sensi. Dante racconta una favola, tramuta, per pura virtù di una poesia straordinaria, una pagina di cronaca nera nel mito dell’amore rapinoso, alla cui forza nessuno può resistere: l’amore è tale, quando è tale, tanto da ricordarci che: “L’amore ha degli dèi la divina potenza e nessuna potenza può resistergli… E se poi l’amore fosse infermità e cecità della mente, chi ne è preso è semmai vittima della sventura, non colpevole”.
Insomma, la poesia impareggiabile di Dante ha la sua apoteosi nel più grande canto d’amore che fantasia di poeta ci abbia mai consegnato per affinare la nostra anima.

“(…) Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.
(Inferno, Canto V, vv. 97-142)

Come già detto non si ha certezza di dove sia accaduto il duplice omicidio: alcune ipotesi indicano il Castello di Gradara, altre la Rocca Malatestiana di Santarcangelo di Romagna, altre ancora gli antichi palazzi dei Malatesta a Rimini, oggi scomparsi. Addirittura c’è chi azzarda che fu la Rocca di Castelnuovo presso Meldola a fare da scenario alla storia di Paolo e Francesca. Sappiamo bene che Gradara se ne è appropriata, sostenendo che il fatto avvenne presso quel castello, creando di rimando un flusso turistico di grande rilevanza.

La Rubrica “Fatti e misfatti di Forlì e della Romagna” è a cura di Gabriele Zelli e Marco Viroli