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Da oltre dieci anni, ogni volta che è stato possibile, non abbiamo perso occasione per porre l’accento su come Forlì vada considerata città dantesca a tutti gli effetti. Fu nella nostra città, infatti, che, dopo essere stato costretto all’esilio dalla natia Firenze, il Sommo Poeta fu ospitato da Scarpetta Ordelaffi, il signore della città, che gli offrì anche un lavoro di segretario. Le indicazioni dello storico Sergio Spada e i nostri approfondimenti, risalenti al 2012, anno di pubblicazione del nostro fortunato volume “Forlì. Guida alla città”, consentono di proporre un itinerario dantesco all’interno del centro cittadino molto interessante, sia per valenza storica sia per rimandi letterari. Ovviamente la stragrande maggioranza dei luoghi descritti in questo percorso ha subito nei secoli radicali trasformazioni o addirittura è scomparsa.

La “Divina Commedia” è universalmente ritenuta la più grande opera letteraria scritta in lingua italiana, nonché uno tra i maggiori capolavori dell’intera letteratura mondiale. Si fanno quindi sempre più frequenti le presenze di gruppi interessati a conoscere in modo approfondito la vita del poeta fiorentino e i luoghi in cui sostò durante il suo lungo esilio. Tali gruppi sono certamente destinati ad aumentare nel 2021 per le celebrazioni del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri (1265-1321), una ricorrenza che porterà nelle città dantesche un numero cospicuo di turisti interessati a ripercorrere le tappe della vita del Poeta.
Com’è noto, con due sentenze successive (27 gennaio e 10 marzo 1302) il poeta fiorentino fu condannato al rogo e alla distruzione delle proprietà di famiglia. Da quel momento in poi Dante visse senza poter rivedere la città natale. Nel 1301, infatti, con un rivolgimento politico e militare, s’impose a Firenze come podestà Cante dei Gabrielli di Gubbio (1260-1335), appartenente alla fazione dei guelfi neri, il quale avviò una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca, molti dei quali furono uccisi o espulsi dalla città sull’Arno. Dante fuggì e trovò rifugio in un primo tempo ad Arezzo, poi a San Benedetto in Alpe, quindi a Forlì.

È importante ricordare che, nel 1303, dopo alcuni tentativi falliti di riprendere il potere, con il grado di capitano dell’esercito degli esuli, Dante organizzò insieme a Scarpetta Ordelaffi, capo del partito ghibellino e signore di Forlì, un tentativo di rientrare a Firenze. L’impresa non ebbe però successo: il podestà di Firenze, Fulcieri da Calboli (?-1340), per ironia della sorte anch’egli forlivese, nemico giurato degli Ordelaffi, riuscì ad avere la meglio nella battaglia di Castel Puliciano. In un successivo tentativo, nel 1304, i guelfi bianchi e i ghibellini furono nuovamente sconfitti, per cui questi avvenimenti determinarono l’impossibilità per Dante di rientrare in patria. L’esilio forzato fece sì che egli potesse conoscere approfonditamente la nostra terra, sia dal punto di vista ambientale sia sotto l’aspetto storico, trasferendo questa conoscenza nella “Comédia”, opera in cui la Romagna, la sua storia, i suoi personaggi occupano pari spazio rispetto a quello dedicato a fiorentini e toscani.

Iniziamo l’itinerario forlivese sulle tracce del Sommo Poeta da Porta Schiavonia, dove giungevano quanti provenivano dalla Toscana attraverso la strada che collega tuttora Forlì a Firenze e percorre la vallata dell’Acquacheta (oggi Montone) e il passo del Muraglione.
Non è perciò un caso che, sulla facciata dell’edificio sito in angolo tra viale Bologna e via Firenze, sia stata collocata una lapide, oggi per la verità un po’ sbiadita, che riporta i versi di Dante dedicati al fiume Montone che scorre pochi metri più sotto:
COME QUEL FIUME C’HA PROPRIO CAMMINO / PRIMA DAL MONTE VISO ‘NVER’ LEVANTE, / DA LA SINISTRA COSTA D’APENNINO / CHE SI CHIAMA ACQUACHETA SUSO, AVANTE / CHE SI DIVALLI GIÙ NEL BASSO LETTO, / E A FORLÌ DI QUEL NOME È VACANTE (Inferno, Canto XVI, vv. 94-99). 

Occorre precisare che fino al 1356 l’accesso al Borgo di Schiavonia avveniva dalla Porta Valeriana o Liviense (posta alla fine dell’attuale via Battuti Verdi) che, attraverso un ponte non più esistente, collegava la città alla campagna di San Varano o, come sostengono gli storici antichi, Forum Livii con Livia. Essa fu chiusa proprio nel 1356 da Francesco Ordelaffi, fatto storico che privilegiò definitivamente l’accesso da Schiavonia.
Nel 1776 fu poi Innocenzo Reggiani (1742-1819) ad adoperarsi affinché fosse bonificata la zona fuori Porta Schiavonia, ancora segnata dall’alveo dell’antico ramo sinistro del fiume Montone. L’area attorno al corso d’acqua si presentava avallata, com’è tuttora, però incolta e le piogge contribuivano a renderla una palude pestilenziale. In questo progetto Reggiani profuse ed esaurì gran parte del proprio cospicuo patrimonio. Un tempo l’uscita dalla città, in direzione di Faenza, correva lungo l’attuale via Consolare. La via Emilia, che aggirava l’arco tracciato dal vecchio letto del fiume, da Porta Schiavonia fin verso l’attuale quartiere Cava, assunse l’odierna configurazione solo nel 1812. 

La Rubrica “Fatti e misfatti di Forlì e della Romagna” è a cura di Gabriele Zelli e Marco Viroli