Influenza Spagnola

La persistenza del diffondersi del Covid-Coronavirus continua a condizionare pesantemente la vita di ognuno di noi e di gran parte degli Stati. A volte questa situazione viene paragonata a quella vissuta durante la pandemia che fu determinata dall’influenza denominata la “Spagnola”. Anche se le condizioni socio sanitario ed economiche sono molto diverse è opportuno ricordare quanto avvenne all’epoca in città e nella nostra Regione.

A Forlì l’epidemia fu meno devastante che in altre località (ove si registrò fino all’80% di mortalità) – scrive Lieto Zambelli nel saggio “Alla scoperta di nomi e luoghi, in città e dintorni”, pubblicato nell’ottimo volume “Primo Novecento e Grande Guerra. Il laboratorio forlivese”, a cura di Giovanni Tassani, Edizioni GrafiKamente, 2014 -. Tra il maggio 1918 e il maggio 1919 – aggiunge Zambelli – si contarono circa 378 forlivesi morti. In proposito non di sono potuti ottenere dati certi dalle scarne citazioni ufficiali archiviate. Pare che anche Forlì si sia allineata col resto del mondo nel rimuovere dalla memoria quell’esperienza terribile: alla fine dell’autunno 1918, a Torino come a Roma morivano 400 persone al giorno, nella costa orientale degli Stati Uniti d’America non si riusciva a produrre un numero adeguato di bare. Forlì, in realtà, non fu flagellata come lo furono altri luoghi: anche se mancano dati precisi sulla mortalità nel Comune, dai bollettini medici che informavano circa la situazione sanitaria si possono rilevare le “modifiche” al normale tasso di mortalità, chiaramente imputabile alla Spagnola. Dunque anche nella nostra città, se pur nella minor virulenza registrata rispetto al contesto globale, alcuni racconti dei nostri vecchi ci hanno proiettato immagini che richiamano le scene seicentesche e manzoniane della Milano colpita dalla peste“.

Se questa, seppure in modo sommario, fu la situazione che visse Forlì, cosa avvenne in Regione? Nel 2015 la rivista “Aurea Parma” pubblicò un’accurata ricerca della studiosa Cecilia Boggio Tomasaz sulla situazione che visse la città emiliana durante il periodo in cui fu colpita, dalla “Spagnola”. Nel testo si legge che già all’inizio della Prima guerra mondiale erano state pronosticate situazioni pessimistiche sul fronte sanitario internazionale, perché: “la circolazione di uomini e animali, la promiscuità delle truppe nelle zone di guerra e il crollo delle norme igieniche con la conseguente diffusione di infezioni, le carenze nutritive e l’esposizione allo stress avevano fatto temere un poderoso aumento delle patologie e delle epidemie tra la popolazione civile e militare. In effetti erano comparse nuove malattie, genericamente chiamate ‘febbri’, e si erano ripresentati diffusi focolai di colera, morbillo, tifo, scarlattina, encefalite, così come dissenterie e malattie veneree, ma fino all’estate 1918 la situazione era stata tenuta sotto controllo benché ormai anche il personale medico e sanitario cominciasse a scarseggiare, anch’esso falciato dalle artiglierie durante le battaglie, catturato dal nemico o impegnato sul territorio in altre attività assistenziali“.

Nella primavera del 1918 comparve in Europa una nuova epidemia – annota Cecilia Boggio Tomasaz – che in Italia chiamarono ‘spagnola’ perché si pensava provenisse dalla Spagna. E in effetti, benché il primo luogo dove essa si manifestò fosse un campo di addestramento dell’esercito americano nel Kansas, fu sulla costa settentrionale spagnola che fu segnalata per la prima volta in Europa: era il marzo 1918” (la notizia fu riportata dai giornali spagnoli perché il paese non era in guerra e la stampa non assoggettata alla censura ndr). Nel mese di aprile l’influenza si manifestò in Francia, tra maggio e giugno in Inghilterra, Scandinavia, Germania, Cina e Giappone, benché con carattere tendenzialmente poco aggressivo. Anche in Italia si ebbe una prima diffusione in maggio, poi tra giugno e luglio la “spagnola” si diffuse tra l’esercito. In agosto il contagio colpì i 1600 uomini stanziati nel campo di addestramento militare a Calestano, sull’Appennino parmense: cinquecento furono i contagiati e tredici i morti. Tra la fine dell’estate e l’autunno si ebbe la seconda ondata dell’epidemia, la più virulenta, forse in seguito ad una mutazione o ad uno scambio genetico di due ceppi del virus, che degenerò in pandemia.

Si trattava di una vera e propria catastrofe sanitaria che sembrava completare l’opera dei nuovi strumenti bellici – continua la storica Boggio Tomasaz – nelle ondate che attraversarono i continenti tra il 1918 e i primi mesi del 1919 si calcolano circa ventuno milioni di morti, in Italia si ebbero circa 600.000 decessi. In alcuni paesi vennero a mancare intere classi di età, ci fu un incremento degli orfani e alcune famiglie scomparvero del tutto. La popolazione si ritrovò a vivere con sgomento un evento che sovvertiva la naturale gerarchia del lutto, colpendo in particolare le giovani generazioni e tendenzialmente risparmiando le fasce più anziane, e che, circondata da incertezza diagnostica, rievocava nell’immaginario antiche paure e credenze“.

La letalità della spagnola era legata, come hanno dimostrato studi scientifici, al carattere emergente del virus, che aveva acquisito geni dei virus dell’influenza aviaria e per selezione naturale aveva evoluto una combinazione unica e particolare.
In una situazione di questo tipo che cosa potevano fare i medici? Gli studiosi sostengono che fu per loro impossibile intervenire. La maggioranza riteneva si trattasse di un batterio, dato che i virus si sapeva che esistevano, ma nessuno li poteva analizzare per mancanza di microscopi elettronici. Scarsa fu la la possibilità di studiare un vaccino, malgrado qualche ricerca effettuata in tal senso. Non esistevano né sulfamidici né antibiotici. I medici non avevano mai visto forme così aggressive e distruttive, che o uccidevano direttamente i malati o che aprivano la strada a polmonite batteriche letali. Ovviamente non esistevano cure, anche se fu tentato di tutto. Nonostante gli importantissimi passi in avanti nel campo della medicina e della biologia, iniziati con le scoperte del chimico francese Louis Pasteur, l’approccio alla malattia fu ancora legato alle antiche misure anti miasmatiche che venivano prese nel passato contro le grandi epidemie, come se le moderne teorie microbiologiche non fossero da prendere in considerazione per indirizzare gli studi sulla prevenzione e la cura. Del resto non si arrivò mai neppure a certezze diagnostiche e a chiare strategie terapeutiche. Le conseguenze furono atroci e terribili a livello globale, e tutti noi, considerata la situazione che da mesi stiamo vivendo, dovremmo andare a leggere (va bene anche su Wikipedia!).

In una situazione simile come reagirono le istituzioni pubbliche e in particolare quelle sanitarie? Si potrebbe dire che per diverso tempo brancolarono nel buio per mancanza di elementi scientifici certi, nonché per ragioni di carattere politico essendo in corso un altro catastrofico evento come una guerra mondiale. Sarebbe troppo lungo in questa sede approfondire questo specifico aspetto.
Di certo non mancarono le raccomandazioni, come dimostra un manifesto del 1918 conservato dal collezionista forlivese Mattia Arfelli. Sotto al titolo in caratteri cubitali “Grippe” (cioè epidemia o malattia influenzale) così ci si rivolgeva ai cittadini affinché contribuissero contro la “maligna epidemia osservando le seguenti norme:
1) Riducete le frequentazioni delle osterie al minimo possibile!
2) Evitate le frequentazioni dei teatri, kursaal, cinematografi, ristoranti, caffè e concerti!
3) Recatevi al lavoro a piedi, evitate tram e ferrovie per quanto possibile!
4) Chi ha in casa ammalati, limiti le relazioni coi suoi simili all’assoluto necessario!
5) Curate la più rigorosa e minuta pulizia personale!
6) Non sputate per le strade!
7) Tralasciate l’abituale stretta di mano nel salutare!
8) Cambiate frequentemente i fazzoletti!
9) Arieggiate diligentemente le vostre abitazioni; isolate, curate e trattenete in casa nel miglior modo possibile i vostri ammalati!
10) rimanete in casa alla minima indisposizione per non esporre il vostro prossimo al pericolo del contagio!
11) In caso di malattia, passate un periodo sufficientemente lungo di convalescenza!
12) Guardatevi dagli innumerevoli sedicenti mezzi preservativi dalla grippe!
Inutile sottolineare che con le sole raccomandazioni non si combattono le epidemie.

Gabriele Zelli

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.