San-Mercuriale-restaurato

In questo itinerario vale la pena soffermarsi di fronte alla facciata dell’Abbazia di San Mercuriale che, insieme al Campanile e al Chiostro dei Vallombrosiani, sorge sul lato orientale di piazza Saffi. Si tratta di un unico complesso la cui attuale fisionomia è il risultato di susseguenti trasformazioni avvenute nel corso dei secoli.
Durante i lavori di restauro posteriori alla Seconda Guerra mondiale si decise di operare in modo da ripristinare le forme trecentesche, riconosciute come parti originali della chiesa, a discapito di tutte quelle strutture che erano state edificate in epoche successive. La chiesa fu pertanto liberata dall’impianto neoclassico settecentesco, abbattendo mura, capitelli e colonne.

Simbolo indiscusso della città di Forlì e della Romagna, l’Abbazia di San Mercuriale ha origini antichissime, essendo stata edificata sui resti di un’antica pieve, forse intitolata a Santo Stefano protomartire (5 d.C.-34 d.C.), che già sorgeva sul luogo dell’antico sepolcreto dei vescovi di Forlì. Distrutta nel 1173 da un violento incendio causato da disordini fra guelfi e ghibellini, la pieve fu riedificata in stile romanico-lombardo. È probabile che proprio in tale occasione l’edificio sia stato ricostruito secondo la struttura planimetrica a tre navate, con cripta sotto l’altare maggiore. Tuttavia la ricomposizione della storia dell’abbazia risulta difficoltosa, in particolar modo per quanto concerne le sue origini e il suo sviluppo nel periodo alto medioevale, per via degli scarsi dati attendibili che caratterizzano questi secoli.

Allo stesso modo è arduo stendere la storia e il ritratto del santo a cui essa è intitolata, essendo la figura di San Mercuriale (II-III secolo), primo vescovo di Forlì agli inizi del IV secolo, avvolta da un’aura di mistero e di leggenda. Per disegnarne le gesta, nel corso dell’XI secolo fu elaborato un nucleo narrativo ricco di elementi fantasiosi e leggendari. L’episodio più noto del ciclo è quello che narra del santo che lotta e sconfigge il drago che terrorizzava la città e il contado, portando morte, malattia e disagi tra gli abitanti.
È certo che, anche ai tempi di Dante, la chiesa si trovava al di fuori del nucleo abitato urbano da cui era separata dal corso del ramo del fiume Rabbi, poi Canale di Ravaldino. Il monastero conobbe periodi di grande floridezza, specie nel Basso Medioevo quando l’abate rivaleggiava con il vescovo e con la cattedrale per il primato spirituale cittadino. Progressivamente il complesso fu inglobato nell’abitato divenendo simbolo ed elemento identificativo di tutta la città.

Il portale d’accesso alla chiesa è sovrastato dal complesso scultoreo della Lunetta dell’Adorazione dei Magi, attribuita alla mano del Maestro dei Mesi di Ferrara che l’avrebbe realizzata intorno all’anno 1230. L’anonimo artista, seguace di Benedetto Antelami (1150 – 1230), fu chiamato a Forlì sull’onda del successo ottenuto per aver creato lo straordinario ciclo dei mesi, oggi conservato al Museo della Cattedrale di Ferrara. Con lettura da destra verso sinistra, due sono le scene che vi sono riprodotte: l’Adorazione e il Sogno dei Magi. Nel primo episodio lo scultore ha rappresentato i tre re (in realtà sarebbero stati astrologi o sacerdoti) giunti al cospetto della Madonna, raffigurata come una regina, e di Gesù. Il magio più vicino a Gesù si è già spogliato della corona e del mantello, che ha appoggiato a una sorta di appendiabiti, ed è inginocchiato per rendere omaggio alla Sacra Famiglia. Il re di mezzo ha tolto la corona e la sta deponendo, il terzo magio è raffigurato mentre ancora se la sta togliendo dal capo.
Nella seconda scena raffigurata (Il sogno dei Magi) i tre re sono colti nel momento in cui appare loro in sogno l’angelo che li implora di non tornare da Erode ma di fare ritorno alla loro terra d’origine seguendo un diverso cammino. Uno dei tre, pur essendo addormentato, ha una mano posta sull’orecchio, in segno di grande attenzione nei confronti dei suggerimenti dell’angelo.

La Rubrica “Fatti e misfatti di Forlì e della Romagna” è a cura di Gabriele Zelli e Marco Viroli