La persecuzione razziale di Bruno Sinigaglia medico condotto a Santa Sofia

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Il 7 aprile 1949 moriva a Santa Sofia nella valle forlivese del Bidente il dottor Bruno Sinigaglia, nato a Milano il 26 luglio 1888 e per tanti anni titolare della seconda condotta medica del paese: sin dal 1914, infatti, un anno appena dal conseguimento della laurea in medicina e chirurgia, Sinigaglia si era trasferito a Santa Sofia dopo l’incarico, prima, di medico interino nel vicino, allora esistente, Comune di Mortano, poi, appunto, di titolare di una delle due condotte santasofiesi. Puntualità, regolarità del servizio reso e rispetto della deontologia professionale furono le tre regole fondamentali alle quali sempre il dr. Sinigaglia ispirò la sua vita professionale, meritando la stima, l’affetto dei suoi concittadini.

Dunque, bravo medico, decorato da medaglia d’argento al merito civile, e, quasi una conferma, valoroso ufficiale medico del 3° Reggimento Bersaglieri “Livorno” sul fronte carsico 1915-’18, tanto da meritarsi un bronzo al valor militare. Dal 1923 iscritto al Partito Nazionale Fascista, ma sempre militante molto “tiepido”, pur giungendo a ricoprire l’incarico di segretario politico del Fascio di Santa Sofia. Eppure, il nostro protagonista dovette battersi contro una vergognosa asprezza della vita ovvero contro il razzismo, l’intolleranza, mossa da quell’irragionevole persecuzione antiebraica, legittimata dagli assurdi Provvedimenti per la Difesa della Razza Italiana del novembre 1938.

Bruno Sinigaglia era nato da un matrimonio misto, infatti il padre Giorgio, insegnante, era ebreo, la madre Elisabetta Mainetti, invece, era ariana e cattolica; da questa unione erano, appunto, venuti due figli, Bruno e il fratello, entrambi battezzati, quindi cattolici. Il nostro protagonista, poi, s’era sposato con Rita Santoro, anch’essa di religione cattolica, avendone un figlio, Giorgio, pure lui battezzato. Dunque, l’ebraismo nella vita personale e familiare di Sinigaglia risultava, ormai, lontano: nessuna appartenenza alla religione ebraica, nessuna frequentazione di ambienti israelitici, nessuna manifestazione di ebraismo.

Eppure, cosa davvero assurda, dal Prefetto di Forlì, Oscar Uccelli, il nostro Bruno fu considerato ebreo per il solo motivo di non aver dichiarato l’appartenenza ad alcuna religione sia nel censimento generale del 1931, in epoca, fra l’altro, non ancora di aperta ostilità antiebraica, sia, dopo, nella successiva rilevazione degli ebrei tra l’agosto e il settembre ’38. Poiché l’art. 8, comma d, dei Provvedimenti per la Difesa della Razza Italiana riteneva essenziale, alla data del 1° ottobre 1938, l’esplicita appartenenza ad una religione diversa da quella ebraica perché il discendente di un matrimonio misto, quindi con un solo genitore ebreo, potesse considerarsi non più appartenente alla razza ebraica, il prefetto Uccelli, mancando tale dichiarata, provata appartenenza, ritenne Bruno Sinigaglia ebreo a tutti gli effetti, quasi recuperando appieno contro di lui il peso dell’ebraismo paterno!

Le conseguenze per Sinigaglia furono inevitabili, innanzitutto l’esonero dalla titolarità della condotta medica che il podestà di Santa Sofia, sollecitato dal prefetto, dovette disporre con delibera del 1° marzo 1939, esposta pure all’albo pretorio comunale il giorno successivo, in coincidenza con lo svolgimento del mercato settimanale, così che la notizia risultasse più che mai di pubblico dominio. Il nostro protagonista, tuttavia, non si perse d’animo, oppose ricorso al prefetto, rivendicando l’appartenenza, da lungo tempo posseduta, anche se mai dichiarata, alla religione cattolica, quindi ad un credo diverso da quello ebraico: a tal fine allegò il proprio certificato di battesimo ed altre opportune dichiarazioni parrocchiali.

Dinanzi alla documentazione inoppugnabile, presentata a sostegno del ricorso, il prefetto dovette tornare sulla sua decisione, dichiarare il Sinigaglia non più appartenente alla razza ebraica, quindi sollecitarne il reintegro nella titolarità della condotta medica di Santa Sofia, cosa poi disposta dal podestà in data 20 marzo. Insomma, nei primi venti giorni del marzo ’39 il nostro Bruno si trovò prima dichiarato ebreo e privato di ogni diritto, poi riconosciuto ariano e cattolico, dunque nuovamente nella dignità di cittadino: una prova evidente dell’assurdità applicativa della legge razziale fascista!

Eppure, mentre Sinigaglia era tornato al suo lavoro di medico, il Prefetto di Forlì, abusando del suo potere, anche contro i Provvedimenti per la Difesa della Razza, continuò a vessare il poveretto, pretendendo che gli recapitasse i certificati di battesimo della madre e degli avi materni, quasi a verifica di quanto davvero fosse autentica, solida l’appartenenza, già dimostrata e documentata, alla religione cattolica. Bruno Sinigaglia tornò, dunque, al lavoro, sempre fermo nel rispetto dei suoi doveri in soccorso a chi in difficoltà: per questo nel gennaio ’44, anche rischiando la rappresaglia nazifascista, non esitò a soccorrere e curare un fuggitivo prigioniero inglese, ferito e nascosto nel podere Collinaccia di Santa Sofia. Tutta la vicenda, qui illustrata, è concretamente documentata dalle carte della Prefettura di Forlì, Persecuzione Antiebraica, custodite all’Archivio di Stato di Forlì.

Franco D’Emilio