via-Curte

Arrivati a Porta Schiavonia occorre ricordare che a poca distanza esiste tuttora una strada chiamata via Curte (nella foto) che mantiene all’incirca la stessa conformazione che aveva ai tempi di Dante, essendo l’antica via vicinale degli Orti longobardi. All’interno della cinta muraria, allora in gran parte in legno, tutt’intorno all’abitato correva una strada, la via di circonvallazione interna, costeggiata da una larga fascia di orti. Questo perimetro verde s’interrompeva soltanto per un breve tratto proprio a Schiavonia, dove le mura andavano a toccare il greto del fiume Montone. Gli orti, la cui coltivazione era affidata agli ortolani, occupavano più di un terzo della superficie della città ed erano di proprietà della Congregazione di Carità, d’istituti ecclesiastici e di famiglie nobili.

Via Curte costeggia il Monastero della Torre e la Chiesa di Santa Maria della Ripa, oggi non accessibili, che sorgono sull’area denominata anticamente “Contrata florentina” su cui si ergeva la Torre fiorentina, punto di riferimento per la comunità di fuoriusciti toscani.
La storia del sito monumentale, che si estende nel centro della città su una superficie di circa 23.000 metri quadrati, è antica e articolata. Tutto ebbe inizio dopo il soggiorno di Dante a Forlì, prima del 1438, quando alcune suore francescane si stabilirono in un piccolo alloggiamento davanti alla Chiesa della Trinità. Risale al 1474 l’inizio dei lavori di costruzione del monastero, voluto dal vescovo Alessandro Numai, il quale posò la prima pietra su un terreno donato da Pino III Ordelaffi (1440-1480), allora signore di Forlì. Alla morte di Pino III, prima Girolamo Riario (1443-1488), quindi sua moglie Caterina Sforza (1462/63-1509) si fecero protettori del complesso, stabilendo un profondo legame con le suore francescane che vi abitavano. Nel 1484 fu terminata la recinzione muraria, mentre la chiesa e l’annesso monastero della Torre, cosiddetto per via della Torre Fiorentina, l’alta costruzione che si ergeva ove oggi si trova via Giovine Italia, furono consacrati il 7 maggio 1497, come riporta Leone Cobelli (1425 – 1500) nelle sue Cronache: «L’anno 1497, adi 7 de magio. Fo sacrata Sancta de la Riva per mani de misser Tomasi di li Asti episcopo forlivese».

Nel dopoguerra il Monastero della Torre fu sede della Caserma Monti e del Distretto Militare. Nel 1995, passando al Demanio civile, perse anche queste ultime funzioni.
Chi ha modo di entrarvi resterà sorpreso per l’immutata armonia rinascimentale del chiostro, un quadrilatero ampio 1570 metri quadrati, uno dei più vasti d’Italia. Il porticato a nove archi per lato e la loggia con colonne ottagonali in mattoni rosa, capitelli smussati e colonnine esagonali, sono gli unici elementi giunti integri fino a noi. Il complesso resta in attesa di un progetto di recupero che ne valorizzi l’importanza storica e monumentale, e che consenta la restituzione alla città di uno dei suoi luoghi di maggiore bellezza e fascino.
Nel percorso dantesco per le vie della città occorre dedicare una visita alla Chiesa della Trinità, la più antica pieve cristiana forlivese, risalente al IV o V secolo, da taluni ritenuta la prima cattedrale di Forlì e pertanto già esistente all’inizio del Trecento.

Tale ipotesi sarebbe confortata dalla presenza, nell’atrio a sinistra dell’entrata, di uno scranno episcopale in marmo greco venato, risalente presumibilmente al V secolo dopo Cristo. La tradizione vuole che la cattedra sia stata ottenuta da un sarcofago romano e che sia appartenuta a San Mercuriale, come testimonierebbe l’epigrafe in latino, posta sulla sommità della nicchia che la contiene e accanto alla quale si trova il cancelletto di ferro da cui si accede al campanile. Inoltre, la seconda cappella di destra ospita un reliquiario d’argento (1575), opera di Bernardino Maiani da Sala, contenente la testa di San Mercuriale, abbellito da sculture in rilievo, raffiguranti le gesta del santo. Il capo del santo si trovava originariamente all’interno di una teca in argento, posta in una nicchia dietro l’altare maggiore, da dove fu trafugata. Ritrovata nel 1920, da allora fu posta in questa cappella, sempre all’interno di una nicchia ma protetta da una cassaforte a camera doppia. Un’indagine del 1982 ha confermato l’appartenenza della testa al resto del corpo del santo, custodito presso l’Abbazia di San Mercuriale.

L’orientamento originario dell’edificio sacro era inverso rispetto a quello attuale, per cui l’entrata era rivolta verso occidente, ossia verso l’esterno della città, fungendo da invito ai pellegrini che provenivano da Nord. L’attuale disposizione della chiesa fu portata a termine nel 1782 su progetto di Francesco Baccheri (1747-1835). Dell’antica costruzione resta il campanile trecentesco, a torre quadrata in mattoni a vista, che, nel 1938, è stato oggetto di modificazioni al tetto a cui furono applicate le cinque cuspidi tuttora visibili. In quella stessa occasione fu aggiunta la più piccola delle campane in memoria di Fulcieri Paulucci di Calboli (1893-1919). Sino al riassetto barocco avvenuto alla fine del Settecento, la Chiesa della Trinità custodiva le tombe di grandi artisti forlivesi del Rinascimento, tra cui Melozzo degli Ambrogi (1438-1494) e Francesco Menzocchi (1502-1574), purtroppo andate perdute in seguito a successivi lavori di adeguamento.

A pochi passi dalla Trinità, dal lato opposto di piazza Melozzo, sono visibili a livello stradale i resti del Ponte dei Morattini, in precedenza denominato “dei Brighieri”, che prese nome dall’omonima famiglia che possedeva un palazzo nelle vicinanze. Composto di un solo arco a tutto sesto, costruito in cotto con inserzioni di marmo, il ponte sorgeva nella zona dell’antico Foro di fondazione romana ed era il più antico della città. Si trovava isolato rispetto agli altri ponti urbani sorti nell’Alto Medioevo perché posto sul ramo cittadino canalizzato del fiume Montone. I suoi resti sono stati scoperti nel 1997 quando, durante lavori di scavo, è riapparsa parte del lato est del ponte, lasciata poi visibile attraverso la protezione di una lastra di vetro che oggi andrebbe adeguatamente pulita e ripristinata.
Attraverso le stradine della città vecchia si giunge in via Piero Maroncelli dove, al numero 19 sorge Palazzo Paulucci di Calboli dall’Aste la cui costruzione è databile intorno alla metà del Settecento. L’intero edificio, risultato della fusione in epoche diverse di più corpi di fabbrica, si estende su una superficie di 1.600 metri quadrati. Una lapide posta sulla facciata alla destra del portone d’entrata reca incisa una citazione dantesca che ricorda la figura di Rinieri, capostipite della nobile famiglia forlivese che fu proprietaria dell’edificio:
QUESTI È RINIERI; QUESTI È ‘L PREGIO E L’ONORE / DE LA CASA DA CALBOLI, OVE NULLO / FATTO S’È REDA POI DEL SUO VALORE. / E NON PUR LO SUO SANGUE È FATTO BRULLO, / TRA ‘L PO E ‘L MONTE E LA MARINA E ‘L RENO, / DEL BEN RICHIESTO AL VERO E AL TRASTULLO; CHÉ DENTRO A QUESTI TERMINI È RIPIENO / DI VENENOSI STERPI, SÌ CHE TARDI / PER COLTIVARE ORMAI VERREBBER MENO (Purgatorio, Canto XIV, vv. 88-96).

La Rubrica “Fatti e misfatti di Forlì e della Romagna” è a cura di Gabriele Zelli e Marco Viroli