La Chiesa e il Convento di San Francesco Grande

Terza tappa dell'itinerario sulle tracce di Dante a Forlì

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Sulla sinistra della facciata del Duomo di Forlì, troviamo piazza Ordelaffi sulla quale domina il Palazzo Piazza Paulucci o della Prefettura. Poco più a destra, all’inizio di via delle Torri, possiamo notare, oltre i giardini Orselli, l’ampia piazza Cavour. Su quest’area, ai tempi di Dante, si innalzavano la Chiesa e il Convento di San Francesco Grande (nella foto una piastrella, conservata a Londra, del pavimento di una cappella della chiesa di San Francesco Grande), il complesso che ospitava i francescani minori, l’ordine ecclesiale molto caro al Poeta, che fu abbattuto quasi interamente alla fine del ‘700. Con i materiali recuperati dalla demolizione, nel 1790 venne edificata poco distante la Chiesa di San Francesco Regis, in stile neoclassico.
All’interno della Chiesa di San Francesco Grande si trovava un vero e proprio gioiello, la cappella Lombardini, voluta per accogliere il corpo del medico Bartolomeo Lombardini, vissuto a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, passato alla storia per aver curato Girolamo Riario e Cesare Borgia (1476-1507).

Verso la fine del XVIII secolo, anche a causa del terremoto del 1781, San Francesco Grande si trovava in stato di grave decadimento. Per questo i francescani decisero di avviarne la ricostruzione. Tuttavia, quando le truppe napoleoniche giunsero a Forlì, i lavori di ripristino dovettero essere sospesi. Il glorioso complesso religioso fu requisito, sconsacrato e adibito a uso militare. Il 15 settembre 1815, infine, il nuovo proprietario Luigi Belli (XIX secolo) ordinò l’abbattimento del convento e dei resti della chiesa. Al loro posto rimase un enorme spiazzo che in seguito a diverse trasformazioni avrebbe portato all’attuale conformazione di piazza Cavour. Dell’edificio sacro si è salvata una modesta porzione ora inglobata nello stabile attiguo al mercato coperto e già utilizzato dal Comune di Forlì come sede scolastica.
Proseguendo su via delle Torri, giriamo a destra in via Mameli per fare una breve sosta in piazzetta della Misura e osservare la Torre Civica che s’innalza alle spalle del Palazzo Comunale. Da sempre simbolo del potere temporale e dell’identità comunale di Forlì, la torre sorse sulle rovine di una precedente alta costruzione di avvistamento di origine romana, edificata sulle rive del fiume Rabbi che, non ancora deviato, attraversava quello che oggi è il centro della città.

Fra il IX e X secolo, quando Forlì si resse come libero Comune, diventò simbolo della città. Le sue funzioni accrebbero con il passar del tempo. In seguito, sulla sua sommità fu installato un orologio che scandiva i ritmi della vita civile, come le campane battevano quelli delle funzioni religiose. La dimensione del quadrante e l’unica lancetta consentivano di leggere l’ora da gran parte della campagna circostante. La torre fu anche campanaria, col compito di annunciare lo svolgersi di avvenimenti importanti e l’insorgere di improvvisi e gravi pericoli.
Torniamo in via delle Torri, una strada che, come denota il suo nome, all’epoca di Dante era piena di torri familiari a dimostrazione della grande importanza che questa via aveva avuto in epoca comunale. Purtroppo oggi non resta traccia di questo illustre passato se non nel toponimo della via.

Su questa storica via, nell’area dove oggi si trova la sede della Banca Nazionale del Lavoro, sorgeva la Chiesa di Santa Maria in Piazza, oggi scomparsa. Già citata come parrocchiale in un documento del 1231, esisteva certamente in epoca precedente, essendo nominata anche nel 1209, come attesta un altro documento presente nell’archivio vallombrosano.
Nel punto in cui via delle Torri confluisce nell’attuale piazza Saffi, allora Campo dell’Abate, attraversiamo idealmente il Ponte dei Cavalieri, di epoca tardo-romana, che scavalcava il Canale di Ravaldino, ramo canalizzato del fiume Rabbi. Un’iscrizione in bronzo posta sul selciato in tempi recenti indica il punto in cui si trovano i resti sepolti del manufatto. Le documentazioni riferite al Ponte dei Cavalieri sono scarse. La prima attestazione come Pons Militum risale al 1360. Le misurazioni della struttura furono realizzate durante i lavori di demolizione dell’isolato su cui nel 1934 fu edificato il Palazzo degli Uffici Statali. La sua effettiva presenza è stata comprovata dagli scavi del 1998. Si trattava di una costruzione in laterizio, con inserimento di spungone, a due arcate a tutto sesto, sorrette da un pilastro centrale con un foro di alleggerimento.

All’epoca di Dante il Canale di Ravaldino scorreva per tutto quel lato della Piazza e fiancheggiava uno dei mercati più importanti della regione. Il canale ha una lunghezza complessiva di circa 23 chilometri. Oggi scorre sotterraneo ma, con opportuni interventi di messa in sicurezza, sarebbe percorribile per 1.895 metri, consentendo di attraversare Forlì da Porta Ravaldino fino all’estremità nord orientale del centro storico (la Grata). Il dislivello fra l’ingresso alle mura di Ravaldino e l’uscita alle mura del Pelacano misura 12,48 metri.
La trattazione della storia e delle caratteristiche del corso d’acqua, “spina dorsale della città”, come l’ha definito lo storico Gianluca Brusi (1967), richiederebbe ben più ampio spazio di quello che possiamo dedicargli in questa sede.
Dal lato opposto del loggiato del Palazzo Comunale sorgeva il Ponte del Pane, in una zona chiamata Borgo Grande piena di botteghe e di opifici di artigiani. La prima attestazione di quest’opera compare su una pergamena risalente al 1343. Indagini effettuate negli ultimi anni del secolo scorso hanno ipotizzato che si trattasse di una struttura composta di almeno due arcate, con un ampio foro di deflusso sul pilone centrale. Non è però escluso che esistesse una terza arcata. 

La Rubrica “Fatti e misfatti di Forlì e della Romagna” è a cura di Gabriele Zelli e Marco Viroli