Gabriele Zelli

Domenica 17 gennaio ricorre la nona edizione della Giornata del dialetto e delle lingue locali promossa dall’Unione Nazionale delle Pro Loco. Anche in tempo di emergenza sanitaria determinata dalla diffusione del virus Covid 19, ci dobbiamo chiedere qual è lo stato di salute del dialetto romagnolo.

L’indimenticabile Giovanni Nadiani, poeta, attore e docente universitario ha scritto: «Ancora oggi se si dice “Romagna” si pensa a un Eldorado della tradizione, imbevuto di sole, campi fertili, mare, liscio, gente allegra e buona cucina; e, nello stesso tempo, a una terra dominata dai culti pagani del cibo, del vino e del sesso. Ma la Romagna di oggi è davvero così, ammesso che così sia stata in un indefinito passato?».

Se si analizza la situazione, suggerisce Nadiani, con la perizia dell’antropologo e l’arguzia dell’indigeno si “scopre” che “in Romagna si chatta, che il vicino di casa ha trovato moglie (rigorosamente straniera) grazie alla Rete, che i romagnoli sono ormai irrimediabilmente alle prese con cellulari, redditometri, open day, catastrofi di borsa, chirurgia plastica, privacy, password” e che da diversi mesi affrontano una pandemia che sta modificando tante abitudini del vivere quotidiano. Ma il dialetto è ancora parlato da molti e la stragrande maggioranza dei cittadini lo capisce. Ed è comunque sinonimo di una identità locale, in diverse realtà ancora molto forte.

Ecco perchè diventa sempre più centrale investire in cultura per recuperare quella che è un vera e propria lingua; un’operazione che ci renderebbe più consapevoli della nostra provenienza e del nostro destino. Per una valorizzazione e sviluppo del nostro vernacolo occorrerebbe dare a questo obiettivo un valore pari alle celebrazioni per il 700° anniversario della morte di Dante Alighieri, il padre della lingua italiana, che ci apprestiamo a ricordare.

Gabriele Zelli