Tre primari vaccinati il primo giorno: il pensiero va a chi non ha avuto il tempo di vedere il vaccino” così ForlìToday nella serata di ieri 27 dicembre ha titolato il tanto atteso debutto vaccinale, finalmente anche nelle Asl romagnole. Premetto che sono favorevole ai vaccini e alla vaccinazione obbligatoria, quindi lieto che l’ingegno umano abbia confermato il suo valore con la realizzazione di uno strumento tanto indispensabile al contrasto attuale e futuro del virus Covid19, però non apprezzo affatto l’eccesso di ribalta scenica, sia a livello nazionale che locale, dato a questa prima vaccinazione, fra l’altro, di entità davvero minima. Ieri, al massimo, abbiamo tutti assistito ad una sorta di trailer o anteprima oppure promo o spot, chiamatelo come vi pare, di un film, anzi no, di una telenovela che durerà a lungo perché con tante puntate vaccinali: prima, ancora gli operatori sanitari, poi gli ospiti delle residenze sanitarie assistite, quindi le persone più fragili per età e condizioni di salute, alla fine tutti i restanti cittadini.

Ieri, il nostro governo, contradditorio e pasticcione nell’emergenza epidemica, ma, ormai, consapevole dell’esasperata rottura di “cabasisi”, per dirla alla Camilleri, degli italiani, costretti alla segregazione natalizia in zona rossa, ha voluto allentare la stretta sugli zebedei, cavalcando con grande teatralità l’arrivo e la distribuzione del vaccino nel nostro Paese: giusto un contentino per stemperare l’incazzatura generale, insomma un regalo anticipato dell’Epifania, simbolicamente portato da un militare che, re magio in mimetica, scendeva, quasi con solenne passo “anfibiato”, da un furgoncino, reggendo tra le braccia uno scatolone da facchinaggio, contenente l’agognato antidoto al virus Covid.

Se tutto fila liscio, la vaccinazione può, forse, concludersi a metà del secondo semestre del prossimo anno o nel migliore dei casi verso l’8 settembre, come incautamente ha dichiarato il gaffeur commissario Arcuri, suscitando solo lo spauracchio di un rinnovato, storico, infausto armistizio e non la gioia della vittoria finale sul flagello virale. Dobbiamo sperare che proceda senza intoppi la fornitura dei lotti dei diversi vaccini approntati, dobbiamo confidare che la prima vaccinazione proceda in parallelo con la seconda prevista, ma, soprattutto, dobbiamo augurarci che si predisponga e attui al più presto il piano generale della campagna vaccinale, piano sinora inesistente, al massimo enunciato con approssimazione a grandi linee. Manca il piano di battaglia, non poca cosa!

Il primo, piccolo, ma tanto pubblicizzato passo vaccinale di ieri è stato sicuramente importante per dare speranza, sollievo a cittadini, ormai da un anno tentoni nel buio alla ricerca della luce in fondo al tunnel, ma è stato anche utile al nostro scalcinato, “brancaleonino” governo per un recupero, pur parziale, di immagine e credibilità dopo tante cantonate nella gestione dell’incombente flagello. Poteva mai la nostra classe politica mancare all’appuntamento con un evento vaccinale epocale? Certamente no e risulta soltanto patetico chi si è sorpreso della vaccinazione non prevista del governatore campano De Luca (PD), pura propaganda a costo zero.

Allo stesso modo, allora, dovrebbe sorprendere la diretta su Facebook dalla Camera del politicamente segaligno onorevole forlivese Marco Di Maio che, addirittura, guarda caso, s’è ricavato un “buchino” ad hoc nella pausa dei lavori d’approvazione della nuova legge di bilancio per raccogliere da remoto il racconto della vaccinazione, così come vissuta da tre primari della sanità romagnola. Premesso che non ci piove, davvero tre medici luminari di indiscutibile e titolato valore nelle persone dei professori Venerino Poletti, Giorgio Ercolani e Claudio Vicini, però sorprende che tanto trio sia finito sotto l’orchestrazione del parlamentare forlivese, certamente figura minima in confronto a loro, ma sicuramente furbacchione a metter su un po’ di propaganda politica a suo favore in un momento tanto triste.

Dunque, De Luca criticabile e Di Maio no? Forse, la differenza la fa “Italia Viva”, il partito, si fa per dire, del “bomba” Renzi nel quale l’onorevole Di Maio ha voltato gabbana dopo aver tradito l’elettorato forlivese del PD? Resta il fatto che, pur da remoto, i quattro si sono ritrovati proprio come i “quattro amici al bar” di Gino Paoli, ma con il solo Di Maio che gongolava moderando il racconto, le impressioni, le considerazioni post vaccinazione dei tre lumi. Certo, tutto poteva risultare più completo con la presenza di un paramedico, magari un’infermiera, forse prevista, ma poi indisponibile per causa di forza maggiore, non escluso provvidenziale.

In fondo, per metà è stato anche un ritrovarsi tra “ItalianiVivi”, tale Di Maio, tale il prof. Vicini, sonoramente battuto alle trascorse regionali. In conclusione, il colloquio tra i “quattro amici al bar” ha ripetuto cose già note, ormai trite, ripetute ossessivamente in tanti talk show, in tanti telegiornali e su tanti giornali. L’epidemia non è uno show, un pretesto per fare propaganda politica, personale e di partito: voglio ancora sperare che il parlamentare forlivese, così di corsa a dividersi tra la legge di bilancio e una diretta Facebook, abbia messo assieme tre sommi lumi della medicina solo per farci sentire quanto col vaccino stia avvicinandosi il grido di Caparezza “Sono fuori dal tunnel”.

Franco D’Emilio