Chiesa San Biagio di Forlì

Quando Forlì pensava di essersi lasciata alle spalle la guerra, con il suo fardello di paura, lutti, dolore e devastazioni, il pomeriggio del 10 dicembre 1944, a circa un mese dalla liberazione della città dalla parte delle truppe alleate, una incursione aerea tedesca, l’ultima, seminò morte e distruzione nel centro della città. Una bomba ad alto potenziale centrò in pieno la chiesa quattrocentesca di San Biagio, proprio al termine della funzione pomeridiana, facendo strage tra i fedeli, tra i quali bambini, adolescenti e religiosi che stavano uscendo sul sagrato. Della chiesa non rimase praticamente nulla, perduti per sempre gli affreschi di Melozzo e Palmezzano della splendida cappella Feo, spazzate via le sepolture di forlivesi illustri, come il naturalista padre Majoli o il nobile Cesare Hercolani, in pezzi il monumento a Morgagni, “il principe degli anatomisti”.

Tra i tesori d’arte quel poco che si salvò, come la Madonna con il Bambino del Palmezzano, l’Immacolata di Guido Reni o la Crocifissione del Menzocchi, è ancora oggi visibile nella moderna chiesa ricostruita a partire dal 1951. Il sepolcro di Barbara Manfredi, moglie di Pino III Ordelaffi, restaurato, è stato invece trasferito in San Mercuriale. Di quella terribile giornata di devastazione e di vite innocenti spezzate abbiamo un resoconto drammatico nelle pagine della cronaca delle Clarisse dell’attiguo monastero: “Questa sera alle sedici e trenta, dopo qualche secondo di segnale della contro-aerea, tre apparecchi nemici, sorvolando a bassissima quota, han lanciato in diversi punti della città tre bombe ad aria compressa producendo danni ingentissimi. Una è caduta sulla Chiesa di S. Biagio in S. Girolamo distruggendola completamente e trascinando nella rovina la canonica, gran parte del loggiato e locali annessi e tutta l’ala del convento rivolta ad est ed adiacente alla Chiesa che per lo spostamento da est ad ovest ha ricevuto il peso della Chiesa in rovina (…). Uno scoppio cupo seguito dall’impressione incomunicabile di rovina tremenda ha scosso il nostro convento immergendolo improvvisamente in una cupa notte di polvere (…). Quando abbiamo guardato intorno, quale disastro è apparso ai nostri occhi! La Chiesa, il campanile, la canonica, una parte del convento non c’ erano più! Tutto era ormai irreparabilmente ridotto ad un mucchio di macerie (…). Si udivano sulle macerie le grida e i lamenti dei superstiti in cerca dei loro cari rimasti sotto metri e metri di materiale. Quando è scoppiata la bomba la Chiesa si era appena sfollata degli innumerevoli intervenuti all’annuale solennissima festa dell’Immacolata che si solennizzava. La maggior parte si trovava ancora nelle adiacenze della Chiesa; la strada nuova che sboccava proprio di fronte alla Casa del Signore era gremita di persone dirette verso casa. Se lo scoppio fosse avvenuto qualche minuto prima, le vittime, invece di diciannove, sarebbero state centinaia (…). Sono incominciati quasi subito i lavori di scavo perché una voce, quella della signora Ghini (via Maroncelli) chiamava insistentemente, l’unica che si sentisse sotto quell’immane mucchio di rovine”.
La messa feriale mattutina parrocchiale di San Biagio di oggi 10 dicembre si celebra nella cappella dell’Istituto Salesiano è a suffragio delle vittime del bombardamento.

Paolo Poponessi