Da Giuseppe Conte a Licio Gelli

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In questa lunga lotta al Coronavirus, che ha ristretto e tuttora restringe la vita quotidiana, personale e collettiva, limitando la libertà con divieti e imposizioni, controlli e sanzioni, sono rimasto colpito da alcuni aspetti, davvero inquietanti.
Innanzitutto, la superficiale informazione, chiamiamola pure disinformazione sulla genesi, l’origine dell’epidemia, tanto che in oltre due mesi, nonostante tante eccellenze di ricerca biomedica nel mondo, nessuno è stato capace o, forse, meglio dire sollecitato a chiarire dove e perché sia nata questa pestilenza: gran premura ho ravvisato solo nell’impegno a scagionare i cinesi dalla sospettata responsabilità che il Covid19 sia fuggito da qualche loro laboratorio, luogo di incauta manipolazione del virus, sicuramente contro l’umanità.
Poi, il ritardo complessivo nel mondo e, ancora di più, in Italia nel comunicare ufficialmente il pericolo epidemico in atto, quindi adottare per tempo le necessarie misure di contrasto sanitario. Certa, in proposito, la responsabilità della Cina, eppure nessuno, troppe “ragion di stato” lo impongono, ha infierito più di tanto contro la cinica dittatura capitalistico-comunista di quella nazione.

Perla rara l’Italia dove, addirittura, con l’emergenza nazionale, deliberata il 31 gennaio scorso dal Consiglio dei Ministri, si è perso tempo sino al 9 marzo prima di contrastare l’epidemia: nessuno ha saputo o voluto o, magari, potuto spiegarci perché!
Ancora, l’evidenza come, ovunque, ma con modalità e intensità diverse, la salvezza dei cittadini dal virus si sia intrecciata con un’inevitabile restrizione della libertà, scontatamente legittimata da una causa di forza maggiore.
Germania, Danimarca, i paesi scandinavi, limitando senza eccessi la libertà delle persone, sono riusciti con un numero contenuto di vittime a mantenere aperte più attività possibili, persino a chiudere per poco tempo le scuole, mentre altrove, sempre in Europa, si è chiuso tanto di tutto e tolta buona parte di libertà per la dabbenaggine della classe politica al governo e/o per l’inefficienza del proprio sistema sanitario nazionale.
Insomma, come è avvenuto in Italia, il maggiore ricorso alla restrizione della libertà dei cittadini per contrastare il Covid19 è stato lo strumento ineluttabile per compensare l’inefficienza politica e, in particolar modo, sanitaria, già amaramente rappresentata da una disperata, tuttora persistente, mancanza dei dispositivi necessari: mascherine, guanti, disinfettante e autorespiratori.

La sbandierata sanità pubblica italiana è miseramente franata tra i ritardi operativi del governo e delle regioni, soprattutto nel loro conflitto di competenze. Per fortuna, considerata la disparità sanitaria tra nord e sud, quest’ultimo, bella botta di culo all’italiana, non è stato investito appieno dall’epidemia.
Comunque, nell’emergenza Covid il governo di Giuseppe Conte ha causato, pur se temporanea ed eccezionale, una sensibile riduzione della libertà, presupposto essenziale della democrazia, e questo significa un ennesimo fallimento, pur se momentaneo, del nostro stato democratico sul piano dell’efficienza, della capacità di prevedere e prevenire. Tale contrazione di libertà ha di nuovo colpito la democrazia rappresentativa, quindi il ruolo del Parlamento: crescente decretazione d’urgenza o addirittura solitaria decretazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, spesso con la contraddizione che la decretazione d’urgenza è risultata lenta rispetto all’incalzare dei problemi, imposti dall’epidemia, oppure la decretazione dei DPCM ha sfornato solo una farraginosa elaborazione di norme restrittive e coercitive.

Il prof. Conte è responsabile di una palese, continuata violazione del cosiddetto “stato di diritto” ovvero della formula giuridica che armonizza la difesa dei diritti e della libertà del cittadino con la garanzia dello stato assistenziale.
Il ritardo di oltre un mese dal 31 gennaio nella lotta all’epidemia conferisce solo opacità all’operato del presidente Conte, forse ha costituito il pretesto giustificativo per esautorare il Parlamento, contenere il confronto politico con l’opposizione, parlare spesso e senza opportunità alla nazione attraverso il controllo della televisione.
Da tempo, ormai, mi arrovella un pensiero: il presidente Conte sembra diluire la struttura democratica della nostra Repubblica dentro l’acqua torbida di un autoritarismo legale, morbido, lentamente corrosivo delle nostre attuali istituzioni.

L’emergenza Covid pare essere stata l’occasione d’oro per riprendere il “Piano di rinascita democratica”, elaborato a metà anni ’70 da Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, insomma quasi una “prova d’orchestra” sulla scia di quanto già fatto da precedenti governi di opposto colore o proposto dal falsamente innovativo movimento pentastellato nella visione sociale digitalizzata della Casaleggio & Associati.
Basta ripercorrere i 9 punti essenziali del programma del gran maestro Gelli per sospettare che l’epidemia sia capitata come “cacio sui maccheroni” di un pericoloso trasformismo da “golpe bianco” della nostra democrazia.
Non sarà che Conte, “avvocato del popolo”, mediatore tra qualunquismo opportunista M5S e sinistra postcomunista, voglia chiudere l’Italia nel cerchio di nuovi poteri forti e occulti?

Franco D’Emilio