Quel che resta del castello di Polenta

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Dopo aver dedicato attenzione a Polenta, località che merita una visita al termine dell’emergenza coronavirus, ecco alcune informazioni sulla storia del castello si ergeva poco distante dalla pieve e di quanto rimane della fortificazione (foto tratta dal libro “Bertinoro Notizie Storiche” ed. 1938). Tutti elementi che, uniti a quanto già detto e a quanto verrà raccontato prossimamente sull’antica Pieve dedicata a San Donato, dovrebbero contribuite a dire che vale la pena raggiungere il luogo per conoscerlo, apprezzarlo e promuoverlo.

Quello che rimane del vecchio castello è di proprietà privata: è ancora leggibile la base di un torrione circolare di epoca successiva a quella dei Da Polenta. Sul fianco del torrione è presente un’epigrafe che ricorda i versetti del canto XXVII dell’Inferno (vv. 40-42), dove Dante ricorda come l’Aquila dei Da Polenta proteggesse Ravenna fino a Cervia.
Da uno schizzo del Codice Polentano del XIV secolo, conservato nella Biblioteca Classense di Ravenna, si può desumere che il castello aveva forma quadrata, con torrette merlate ai lati ed una torre altissima al centro. La famiglia Polentana, come documentano autorevoli studi sul castello e la chiesa, anche dopo il trasferimento a Ravenna ne conservò la proprietà, sebbene attraverso continui passaggi dai rami primogeniti a quelli cadetti.

La storia del maniero ricalca in molte parti quelle di edifici simili siti nel nostro territorio e formò un sistema difensivo fino ai primi anni del 1500. Quando gli eserciti cominciarono a dotarsi delle armi da fuoco questo tipo di fortificazioni persero ogni prerogativa bellica, molti furono abbandonati e caddero in rovina com’è di fatto avvenuto a quello di Polenta.
Per raccontare la storia di quello di Polenta, a partire dal 1278, si riporta quanto scritto da Luigi Gatti nel volume “Bertinoro. Notizie storiche” quando “il castello fu assalito e distrutto dai Traversari, i potenti competitori dei Polentani, che, rimasti però padroni, lo riedificarono. Nel 1292 Guido Riccio fautore dei Traversari, cacciato da Ravenna dal cugino minore, vi si rifugiò coi figli. L’anno dopo entro le sue mura si compiva una delle tante tragedie che insanguinarono la casa polentana e cioè la prigionia e l’uccisione di Guido Riccio per opera dei figli. Fatta pace col cugino e tornati a Ravenna, dopo poco tempo ordirono contro di esso un’altra congiura, per cui, spogliati d’ogni bene, furono dichiarati traditori e proscritti.

Anzichè ritornare all’avito castello, misero le loro spade al servizio dei nemici dell’odiato parente, fino a quando, sul finire del tredicesimo secolo, ritornarono ancora a Polenta. Verso il 1321 questo ramo della famiglia Polentana si estingueva con la morte di Alberico in prigionia a Ravenna. Si susseguirono ancora rivalità e lotte fra membri della stessa famiglia con atti di crudele perfidia, dei quali basterà ricordare l’uccisione di Rinaldo, arcivescovo di Ravenna e fratello di Guido Novello, ad opera del cugino Ostasio, fino a quando nel 1443, con la caduta della potenza dei Polentani, l’esilio degli ultimi discendenti e la confisca e vendita di tutti i loro beni, il castello fu dato, dalla Chiesa Romana, in enfiteusi a Domenico Malatesta. Dopo la sua morte passò a Pandolfo Malatesta che governò Polenta, Meldola, Sarsina, Ranchio e la Rocca delle Caminate fino all’usurpazione di Valentino Borgia, nel cui nome, come documenta Paolo Mastri in una sua dotta monografia sulle Caminate, il conte Baldassarre Morattini, nel dì 10 ottobre del 1500, prese possesso di Meldola e delle località confinanti per il prezzo di 5.000 scudi. Appartenne poi dal 1503 con Meldola alla Repubblica Veneta sotto cui stette fino al 1509″.

Sempre secondo la ricostruzione di Gatti, Polenta “assolta dall’interdetto papale ad opera di Nicolò Capranica, vescovo di Rimini, delegato dal Pontefice Giulio II, per la passata devozione ai veneziani, passò ai conti Roverella di Sorrivoli, da questi ai conti Pio da Carpi che, verso la fine del secolo XVI, la vendettero alla famiglia dei principi Aldobrandini, che la tennero fino al 1823. In tale anno, pur conservando i vasti possedimenti che solo nel 1847 passarono alla casa Doria, il principe Don Francesco Borghesi Aldobrandini alienò il castello a Santa Francesconi in Camporesi, che ne ultimò la distruzione utilizzando il materiale per la costruzione delle poche e modeste case, alcune delle quali si vedono tuttoggi nelle vicinanze. Nell’atto di vendita, fatto a rogito di Giovanni Muratori Notaio di Meldola in data 8 agosto 1823, il principe Aldobrandini volle fossero salvate la torre e la campana che vendette separatamente per trenta scudi alla Comunità di Polenta, “perpetuis futuris temporibus”, con la facoltà al comune di Polenta di usarle a suo arbitrio con tutti quei privilegi, diritti e prerogative appartenenti al principe. E la campana è rimasta così sui miseri avanzi del vecchio castello, quasi ad ammonire che la potenza è come l’eco dei suoi rintocchi, che si perde a valle. Polenta fu aggregata al comune di Bertinoro come appodiato il 1° gennaio 1811 e come tale si resse fino all’anno 1859. Aveva un suo archivio nel quale non potevano mancare memorie di indubbia importanza. Ma avvenuta la definitiva aggregazione a Bertinoro e inviato un funzionario per il prelievo di tutto il carteggio, si ebbe la dolorosa sorpresa di apprendere che tutti quei buoni villici avevano tutto venduto a botteganti per farne cartocci! Una volta soppresso il Comune tutto quel materiale costituiva per loro un inutile ingombro. E di questo tesoro di memorie manoscritte, nulla fu più possibile recuperare”.

Per raggiungere la zona dove si ergeva il castello per vedere ciò che rimane ci si può dirigere, partendo dal piazzale della chiesa, in direzione Fratta Terme per poi girare a sinistra all’incrocio con il ristorante “Il Trebbo”, indi si prosegue per circa duecento metri fino ad arrivare a via del Castello che, sempre a sinistra, prosegue fino a una sbarra che indica l’inizio del viottolo in salita da effettuare a piedi fino ai resti della fortificazione.
Ma ciò che attira maggiormente la curiosità e l’interesse del visitatore è l’antica pieve dedicata a S.Donato di cui, come detto, si parlerà a breve che è di molto anteriore al castello e si vuole risalga all’ottavo secolo. In un documento dell’anno 911, rintracciato da don Girolamo Zattoni archivista dell’Arcivescovado di Ravenna, si fa già cenno della “plebe sancti Donati”.

Gabriele Zelli

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.