Pompignoli e Pini: «I danni conseguenti alla pandemia per il turismo sono inimmaginabili»

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Le stime sono drastiche e si prospetta fino all’80%-90% di calo del fatturato. In Italia il segmento del turismo vale circa 146 miliardi di euro: una cifra pari al 12% del Pil, generata da una filiera di circa 216 mila esercizi ricettivi e 12 mila agenzia di viaggio. È evidente come le manovre economiche attualmente poste in essere dal Governo e dalla Regione Emilia Romagna siano del tutto insoddisfacenti per superare la crisi. Serve un piano commerciale di 18 mesi con slittamento dei versamenti di contributi e ritenute oltre alla sospensione degli adempimenti e dei versamenti fiscali che, alla ripresa, dovranno essere comunque dilazionati e/o rateizzati. Non bastano azioni spot, ma occorre valutare interventi strutturali di medio-lungo termine e strategie mirate che si adattino ad un nuovo modo di fare turismo. Aspettiamo di partecipare come opposizione fattiva e costruttiva ai tavoli istituiti dalla Regione Emilia Romagna ribadendo l’importanza strategica di un rilancio del comparto turistico emiliano romagnolo”.

Con queste parole il consigliere regionale della Lega Massimiliano Pompignoli (nella foto) traccia una panoramica del settore ricettivo alla quale si unisce l’esperto Giacomo Pini che opera a livello nazionale e internazionale come consulente per strutture ricettive, territori turistici, aziende della ristorazione da oltre venti anni.
Pini afferma che “il quadro è preoccupante e la tanto desiderata fase due rischia di essere un flop se non ci sarà un piano strategico ben definito. Proviamo ad analizzare lo scenario di riferimento nazionale: il 90% dei pubblici esercizi e degli alberghi ha un modello a gestione familiare con meno di dieci dipendenti. Per queste attività la riconversione con un nuovo modello di business è molto complessa. Oltre due mesi di chiusura totale per un’azienda che ha questo tipo di caratteristiche operative e gestionali significa che per ripartire e tornare alla sua normalità (flusso di cassa, numero di clienti costanti, operatività) con le prospettive di apertura scaglionata e di fase intermedia che leggiamo sui giornali, necessita di almeno 9 mesi di lavoro. È evidente quindi che la ripartenza per le piccole imprese rappresenta una sfida titanica che può essere affrontata solo con l’aiuto della Regione e dello Stato. Oltre a queste già importanti criticità si aggiunge l’elemento più importante e poco affrontato fino ad ora; il comportamento d’acquisto dei clienti, come cambierà? Le restrizioni sanitarie potrebbero non aiutare. Il limite della distanza interpersonale e le mascherine potrebbero far crollare i consumi perché andrebbero ad incidere sull’emotività dell’esperienza stessa. Per i ristoranti, una delle chiavi per la risoluzione momentanea del problema potrebbe essere il ‘delivery’. Ma rispetto alle attuali modalità di consegna bisognerà agire sul prezzo, che non potrà essere lo stesso della pietanza consumata nel locale, e sul valore dell’esperienza culinaria. Sarà allora probabile che il servizio debba evolversi, con la consegna a domicilio non solo del cibo in sé pe sé, ma anche degli elementi di contorno e dell’atmosfera per arrivare ad un arricchimento complessivo della proposta e del suo consumo”.