I numeri della pandemia

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Finalmente, da qualche giorno, appaiono sui giornali numeri non suscettibili di manipolazione: i decessi per fasce d’età, ad esempio, e la comparazione della mortalità generale per Comune fra periodi identici di anni diversi: febbraio-marzo 2019 e 2020. Sappiamo, infatti, che ci può essere un margine di discrezionalità nel diagnosticare la causa di un decesso, ma che l’alternativa vivo/morto non è opinabile.

Che cosa se ne desume? Che dei 18.641 morti al 13 aprile, il 95% aveva più di 60 anni e l’83,5% più di 70. Nel caso dei giovani sotto i 30 anni, il numero dei decessi era di 8; sotto i 40, di 47. Quanto all’incremento della mortalità in termini assoluti fra 2019 e 2020, a Codogno essa è risultata poco meno del 400%, a Nembro e ad Alzano fra il 900% e il 1.000% circa. In questi ultimi due Comuni non vi è stata, com’è noto, la chiusura ermetica dopo l’inizio dell’epidemia.

Le politiche di isolamento sociale sono quindi servite e servono ancora, sicuramente per alcune categorie di persone e per alcune classi di età. Bisogna anche aggiungere che la geografia della mortalità è molto varia, anche nelle regioni più colpite, e che i percorsi del virus, così come i comportamenti di talune persone, sfuggono ad una lettura razionale.

Che cosa serva ora per scendere dal famoso plateau sul quale ci troviamo da giorni, ovviamente non lo so. Però, visti i brillanti risultati della Corea del Sud (un paese di oltre 50 mln di abitanti, con un Pil pro capite inferiore al nostro e una spesa sanitaria anch’essa inferiore), in termini di contenimento del contagio e di morti, mi verrebbe da dire: perché non chiedere anche a loro?

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Roberto Balzani, nato a Forlì il 21 agosto 1961, è uno storico, saggista e politico italiano. È professore ordinario di storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Università degli Studi di Bologna. È stato sindaco di Forlì, dal 2009 al 2014 è professore ordinario di Storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell'Università di Bologna (sede di Ravenna), della quale è stato preside fra il 2008 e il 2009. Ricercatore in Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze dal 1992, è divenuto poi professore associato alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Bologna e quindi professore ordinario. Fra i suoi interessi più recenti, la storia del regionalismo e del patrimonio culturale, cui ha dedicato diversi saggi, collaborando alle iniziative promosse alla Scuola Normale Superiore di Pisa da Salvatore Settis. Fra il 1992 e il 1996 ha fatto parte del consiglio d’amministrazione della Fondazione “Spadolini – Nuova Antologia” di Firenze. E’ stato a lungo componente del consiglio direttivo della Società di Studi Romagnoli, dell’Istituzione Biblioteca Malatestiana di Cesena e dell’Ibc Emilia-Romagna. Fra le principali pubblicazioni da menzionare la ricostruzione del regionalismo culturale romagnolo fra ‘800 e ‘900 (La Romagna, Bologna, 2001, ristampata con un nuovo capitolo nel 2012); inoltre, la sintesi Storia del mondo contemporaneo, Milano, 2003 (con Alberto De Bernardi), la ricerca di storia dei beni culturali Per le antichità e le belle arti. La legge n. 364 del 20 giugno 1909 e l’Italia giolittiana (Bologna, 2003) e la cura dei Discorsi parlamentari di Carducci (Bologna, 2004). Con Angelo Varni è curatore de La Romagna nel Risorgimento (Roma-Bari, 2012). Alla sua esperienza di amministratore è dedicato il pamphlet: "Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco" (Bologna, 2012). E’ autore di diversi manuali di storia per le Scuole medie e i Licei.