Gabriele Zelli

Le attività culturali e di intrattenimento chiuse da oltre una settimana in seguito alle ordinanze emesse per contenere i casi di contagio del coronavirus stanno subendo un danno incalcolabile. Abbiamo chiesto a Gabriele Zelli, esperto del settore, valutazioni sulla situazione in essere e più in generale sulla cultura a Forlì.

«Se perdureranno ancora le attuali restrizioni – spiega Gabriele Zelli – è del tutto evidente che il settore dell’intrattenimento e della cultura subirà dei cambiamenti anche strutturali. Non ne deriverà solo un danno economico, seppur momentaneo, a cui far fronte. Si assisterà, ad esempio, a un processo di ulteriore chiusura di quei circoli e luoghi di ritrovo che non hanno saputo rinnovarsi e che già stentavano ad andare avanti. Le poche sale cinematografiche rimaste in alcuni Comuni di medie dimensioni non riusciranno a recuperare i mancati incassi di questi giorni per cui difficilmente potranno mettere in cantiere eventuali miglioramenti delle strutture, che sono sempre più necessari per alimentare la presenza di spettatori che non amano le caotiche e spersonalizzanti multisale. Succederà la medesima cosa per i pochi teatri gestiti dai privati, mentre per quelli pubblici sarà necessario, una volta passata la fase dell’emergenza, investire in promozione, sempre che si trovino le disponibilità economiche, affinché gli spettatori ritornino ad affollare nuovamente le sale. Un comparto che dà lavoro a migliaia di persone rischia di non essere più lo stesso, anche perché nel frattempo subiranno ridimensionamenti e modifiche anche le attività che producono cultura e spettacoli, con conseguenze negative soprattutto in campo occupazionale».

Lei ha una conoscenza molto profonda della storia, dell’arte, della cultura e delle tradizioni forlivesi: a quando risale questo interesse per il patrimonio cittadino?

«Il mio interesse per la storia, per la conoscenza dell’arte, della cultura e delle tradizioni forlivesi si è accentuato nel 1980 quando fui nominato coordinatore del Centro Cinema del Comune di Forlì, che allora aveva sede nella Circoscrizione n.7, a San Martino in Strada, allora presieduta da Nevio Fabbri, ed ulteriormente sviluppato quando fui eletto assessore cinque anni dopo. Siccome fu una nomina non prevista ma dettata dal buon esito elettorale personale, sentii il peso della responsabilità e iniziai a studiare attentamente ogni atto e ogni pratica che mi venivano sottoposti, o che erano oggetto di dibattito in Consiglio comunale. Poi ho avuto la possibilità di esercitare le funzioni di amministratore di Forlì per 24 anni e per i frequentissimi incontri organizzati nei quartieri e nelle frazioni mi imponevo di arrivare preparato non solo sulle questioni sociali, edilizie e urbanistiche della zona dove ero atteso ma anche della storia dei luoghi più significativi: la chiesa, i circoli, eventuali edifici di pregio. Nel contempo cercavo di documentarmi sui principali avvenimenti storici e personaggi che hanno caratterizzato la vita delle varie zone del territorio comunale.
Ho maturato in questo modo una convinzione, ora molto radicata in me, che per amministrare un territorio, una città, e per prendere decisioni amministrative occorre conoscere la storia, le evoluzioni urbanistiche, nonché le modifiche che nel tempo le varie fasi storiche hanno determinato sul commercio, sulle usanze e tradizioni della località che ci si prefigge di rappresentare».

A quando risalgono i suoi primi scritti e di cosa trattavano?

«I primi scritti riguardano proprio le vicende, i fatti, i personaggi che maggiormente hanno inciso sulla storia di Forlì e del suo territorio. Poi essendo stato partecipe di eventi che hanno segnato le vicende recenti, come, per fare qualche rapido esempio: l’organizzazione della visita di Papa Giovanni Paolo II e dei funerali del senatore Ruffilli, la predisposizione logistica del Tribunale e della città per ospitare il processo agli assassini di Ruffilli, la preparazione degli immobili destinati ad ospitare le facoltà universitarie ora pienamente attive, ecc. ho iniziato a raccontare anche questi avvenimenti».

Quale manifestazione culturale l’ha segnata maggiormente?

«Ricordo che nel 1986, in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II, proposi di allestire una mostra a Palazzo Albertini. L’esposizione dal titolo “Presenza religiosa nell’arte forlivese” si realizzò grazie all’impegno dell’allora direttore degli Istituti Culturali Vittorio Mezzomonaco e dei dipendenti comunali suoi collaboratori, nonostante il boicottaggio della Soprintendenza ai Beni Culturali. Fu un evento che registrò uno straordinario successo di pubblico. Non potendo spostare nessuna delle opere più significative presenti nei luoghi di culto della città per espressa decisione, sicuramente anacronistica e senza senso, della Soprintendenza, furono esposte opere della Pinacoteca Comunale, anche quadri e oggetti di grande valore che solitamente sono custoditi nei depositi. Inoltre furono richieste opere in prestito a privati e a collezionisti cittadini; anche in questo caso si poterono mostrare pezzi di rara bellezza e di grande pregio mai visti, fra l’altro.
La mostra fu molta apprezzata anche da Papa Wojtyla che avendo saputo delle difficoltà incontrate per predisporla volle inaugurarla di persona.
Il relativo catalogo, realizzato praticamente a costo zero, così come l’esposizione, è ancora oggi un documento essenziale per conoscere una parte del patrimonio artistico di Forlì. Fu di fatto la prima grande mostra, si era nel 1986, che ha preceduto quelle che da oltre un decennio si tengono ai Musei San Domenico, i cui locali erano ancora da acquisire in quanto fui io a stipulare l’atto notarile nel febbraio di due anni dopo. Le mostre attuali, oltre a godere di spazi straordinari restaurati su progetto dell’architetto comunale Gabrio Furani, possono usufruire di finanziamenti importanti neppure paragonabili a quelli del 1986.
Nei mesi precedenti, inoltre, si era tenuta al piano terra dello stesso Palazzo Albertini una mostra, anche questa accompagnata da un catalogo che seppure di piccolo formato ha ancora oggi un valore culturale di tutto rilievo, con la quale si documentò che “Forlì è una città ancora di mattoni”, cioè che la totalità del centro storico, dagli edifici popolari di Schiavonia ai palazzi signorili del centro sono stati costruiti nel corso dei secoli con i mattoni realizzati nelle fornaci cittadine. Per questa iniziativa fu determinante il contributo culturale profuso da Luciana Prati, allora funzionaria degli Istituti Culturali».

In questo periodo a cosa sta lavorando?

«Nel corso degli ultimi mesi ho curato le pubblicazioni: “Piazza Saffi è forlivesi anni ’80” contenente le immagini scattate da Maurizio Camporesi, “Massimo Zattoni (1961-1990): memoria visiva della città” e “1944: il passaggio del fronte dai diari e dalle memorie dei parroci di Barisano, Malmissole, Poggio, Roncadello, San Giorgio”, in questo ultimo caso insieme a Don Nino Nicotra e Mario Proli. Devo invece alla collaborazione con Marco Viroli la pubblicazione di “Forlì. Guida al cuore della città” e “Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna”, numero 4.
Attualmente sto lavorando per la pubblicazione di due volumi, uno dedicato alla Chiesa di Santa Lucia e l’altro alla Chiesina del Miracolo, luoghi di culto verso i quali il Lions Club Forlì Host a cui appartengo ha effettuato due service, rispettivamente per restaurare l’opera Madonna con Gesù Bambino della scuola del Pontorno e per il recupero del dipinto murario che raffigura il Miracolo della Madonna del Fuoco. Un’altro volume, che verrà presentato a breve, lo sto preparando con Marco Viroli. In questo caso si tratta di un itinerario dantesco a Forlì in previsione del 700° anniversario della morte del Sommo Poeta. Sto inoltre cercando documentazione, testimonianze e informazioni per ampliare la biografia della pittrice forlivese Irene Ugolini Zoli.
Infine sto elaborando, insieme con Marco Viroli e Marco Vallicelli, il terzo volume dedicato alle seguenti Pievi: Santa Reparata, Ladino, San Martino in Strada, Pievequinta, Polenta, Tipano e Monte Sorbo, che saranno oggetto di visite guidate durante i sabati di maggio, a partire dal 9 maggio 2020».

Considerata l’emergenza coronavirus, che non si sa quando terminerà, e più in generale la situazione forlivese quali scelte dovrebbero essere compiute in prospettiva?

«Forlì è una città molto viva dal punto di vista culturale. Non manca nulla in questo campo. Così come in Romagna e in Emilia. In particolare sono molto attive le associazioni culturali, teatrali e musicali, così come il privato che opera in questi settori, soprattutto organizzato in cooperative.
È in affanno invece l’ente pubblico perché i fondi a disposizione sono limitati e perché nel corso degli ultimi decenni non ci si è dati un programma di lavoro in prospettiva. Si opera troppo a spot e senza dare continuità ai progetti, senza approfondire le tematiche relative, senza che quanto proposto diventi patrimonio di un’intera città e non di poche migliaia di persone, quando va bene.
Occorre puntare sulla millenaria storia della città e su quello che maggiormente l’ha caratterizzata: la presenza di diverse e importanti Pievi, la rivelazione a Forlì nel 1222 di quello che è diventato Sant’Antonio di Padova, la presenza in città nel 1302 di Dante Alighieri, l’operato del santo forlivese Pellegrino Laziosi, la dinastia degli Ordelaffi, la Signoria di Caterina Sforza, il lungo periodo di dominio pontificio, il Risorgimento e la storia della lotta per unire il paese che ha visto per decenni forlivesi in prima fila come Piero Maroncelli, Aurelio Saffi, Giovita Lazzarini, Carlo Matteucci, Antonio Fratti, ecc., il salvataggio di Giuseppe Garibaldi attraverso quella che è stata definita la “Trafila Garibaldina”, l’affermarsi dell’opera lirica con figure straordinarie che ne hanno fatto la storia a livello internazionale da Angelo Masini a Maria Farneti, da Giuseppe Siboni a Giuseppe Paganelli. Poi tutto il Novecento con la nascita in Romagna dei primi partiti come il Partito Repubblicano e il Partito Socialista, la dittatura fascista e la vittoriosa guerra di liberazione.
Al raccontare gli eventi più salienti di questa lunga storia, eventi che nella quasi totalità dei casi hanno valenza nazionale ed europea, va affiancata la valorizzazione dei luoghi e degli edifici dove si sono verificati. Sarebbe anche un modo per accentuare e ricostruire la nostra identità per poterla “offrire” e nel contempo per poterci confrontare con coloro che fanno parte della nostra comunità ma provengono da paesi lontani, con altri usi e tradizioni totalmente diverse dalle nostre».