Il gioco del pallone con bracciale fu esaltato da Leopardi e da De Amicis

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Dopo i due precedenti testi sul “Gioco del pallone con bracciale”, come giustamente va chiamato, e sulla demolizione dello sferisterio di Forlì mi sono pervenute richieste di ulteriori informazioni su questo sport: come si giocava? Che seguito ha avuto? Dove trovare documentazione? Per rispondere mi è venuto in aiuto uno scritto di Enrico Docci di Faenza che mi ha inviato Agostino Bernucci, che già mi aveva fornito i disegni elaborati dall’ingegner Giacomo Santarelli (1786-1859) per la costruzione dell’impianto.

Il gioco del pallone con bracciale – scrive Docci – è stato l’unico sport amato da Leopardi che nel 1821 dedica un’Ode a Carlo Didimi di Treia (Macerata) dal titolo: “A un vincitore nel pallone”; poesia dedicata a un disciplina sportiva da cui scaturiscono spunti morali e storici.
Leopardi lo chiama “Garzon bennato”. Il poeta si recava in carrozza a Macerata o a Treia a tifare il suo, e non solo, idolo, il mitico Didimi“.
Ecco l’incipit leopardiano: “Di gloria il viso e la gioconda voce, / Garzon bennato, apprendi, / E quanto al femminile ozio sovrasti / La sudata virtude. Attendi, attendi, / Magnanimo campion…”.

Questo gioco era popolare nelle Marche, in Romagna e in alcune parti della Toscana – prosegue Docci -. Per giocare era necessario un lungo campo in terra battuta delimitato da un lato (di solito) dalle vecchie mura di cinta delle città (a Forlì ne fu sopraelevato un tratto fino ad un’altezza di 12 metri ndr). Questo muro altissimo serviva per tenere in gioco il pallone che era più grande di una boccia e più piccolo di un pallone da calcio. Era di cuoio duro, pesantissimo e gonfiato. Durante la partita veniva sostituito di frequente. Si batteva con il bracciale che si impugnava all’interno e tutto all’intorno era circondato da grosse punte tutte di legno. Per lanciare bene il pallone era necessario colpirlo con le tre punte centrali, se la palla veniva centrata di lato questa schizzava via letteralmente andando a cozzare contro qualche spettatore, che in diversi casi furono ricoverati in ospedale per il trauma subito. Di solito la partita era giocata da tre giocatori per parte. In mezzo al campo il cordino delimitava i settori dei contendenti: una specie di tennis ante litteram. Un giocatore si chiamava battitore e iniziava il gioco scendendo da un piccolo predellino per la rincorsa e gettava il pallone dalla parte avversaria il più lontano possibile superando il cordino“.

Era abitudine installare lapidi nei pressi dei campi con l’indicazione dei metri dei tiri più lunghi effettuati dai battitori, in particolare quando superavano record di lancio precedenti.
Dopo la discesa dal predellino – continua Docci – c’era il “mandarino” che lanciava il pallone al battitore che la colpiva. Se andava oltre il posto si diceva che aveva fatto volata e prendeva tre punti. Il secondo giocatore si chiamava “spalla” ed era il re degli sferisteri. Dotato di grande potenza e tecnica lanciava il pallone in alto, lontano un centinaio di metri.
Il punteggio veniva aggiornato dallo speaker ad ogni giocata. L’ultima giocata che decideva l’esito del gioco veniva dedicata “Alla Dama” gridata a gran voce dallo speaker.
Edmondo De Amicis, scrisse nel 1897 un libro “Gli Azzurri e i Rossi“ prendendo a simbolo il
fiocco colorato che gli atleti portavano alla cintola. Il gioco del bracciale stava scomparendo
sotto la pressione dei nuovi sport di origine anglosassone che appassionavano molto di più, come il football“.

Di fatto questo gioco fu molto in auge (nella nostra città richiamava migliaia di spettatori) fino agli anni ’20 del secolo scorso; un vero fenomeno di massa, che come abbiamo visto attirò l’attenzione di grandi scrittori e letterati, al quale anche di recente il Comune di Bagnacavallo ha dedicato una pubblicazione “Quando il pallone si giocava con il bracciale”. Tale volume è il primo compendio esaustivo sulla storia di questo sport e della locale arena dove si praticava. È il frutto di quattro anni di ricerche e tutto viene raccontato dalle sue origini, documentate nelle carte dell’Archivio comunale agli anni ’60 del Novecento. Il libro tratta della vicenda della costruzione dello sferisterio di Bagnacavallo e del suo muro, dell’organizzazione del gioco, delle sue valenze politiche ed economiche per il territorio e narra le accurate biografie dei campioni del posto che del gioco hanno scritto la storia (per informazioni 0545280912).

Gabriele Zelli

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.