118 coronavirus

Oggi siamo alle prese con il diffondersi del coronavirus arrivato dalla Cina e anche nel nostro territorio si cominciano a contare i primi casi e ci si è ormai attrezzati ad affrontare questa emergenza. Non è certo la prima volta che Forlì fa i conti con minacce alla salute dei propri cittadini; infatti una epidemia ben più perniciosa colpì il nostro territorio 165 anni fa, il colera che investì del resto tutta la penisola. Nonostante le precauzioni e la vigilanza sanitaria, il colera nella Romagna pontificia cominciò a falciare vite umane nella primavera del 1855; l’anno prima il morbo tra i soldati piemontesi che combattevano in Crimea portò via più fanti, graduati ed ufficiali che il piombo dei fucili russi.

Dalle trincee di Sebastopoli il colera giunse in Europa, aggredendo l’Italia, partendo dal Nord, maggiormente i grandi centri, i porti e le zone vicine alle coste. Nel forlivese i primi casi ci furono in marzo a Meldola e a Forlimpopoli. A Forlì in aprile nel quartiere di Schiavonia, si ammalarono alcuni cittadini residenti in via Fattona e in via Bacilina. La Commissione Sanitaria si mosse in fretta per capire come si fosse sviluppato il contagio ma il colera non attese le conclusioni dell’indagine, infierendo principalmente sulla povera gente e, secondo le statistiche, prevalentemente sulle donne. In una giornata si toccò la punta record di quaranta morti, tanto che si dovettero arruolare nuovi becchini, con i sacerdoti che non riuscivano ad amministrare i sacramenti al gran numero di malati.

Il lazzaretto per i civili era alla fine dell’attuale corso della Repubblica verso piazza della Vittoria, mentre i militari erano ricoverati nel convento di San Biagio. Durante l’estate la situazione peggiorò e per motivi d’ordine pubblico i morti andarono direttamente al cimitero senza fermarsi nelle chiese. Per cercare scampo dal contagio molti forlivesi scappavano in campagna, una scelta inutile visto che il colera investì anche il contado; lo stesso governatore pontificio restava in città solo di giorno, trascorrendo la notte fuori dalle mura. Per fronteggiare l’emergenza sanitaria il gonfaloniere Pietro Guarini attivò una guardia medica straordinaria in funzione dalle 11,00 di sera fino alle 5 antemeridiane. In questa desolazione brillarono episodi di solidarietà verso la popolazione così duramente colpita; in particolare in quest’opera si distinse il vescovo e futuro cardinale monsignor Mariano Falcinelli Antoniacci, soccorrendo poveri, famiglie e orfani.

Questa volta i forlivesi mostrarono gratitudine anche per la malvista guarnigione di occupazione austriaca, che, invece di festeggiare pubblicamente il compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe, raccolse denaro da devolvere a cinquanta famiglie povere della città. Ma se la scienza e le autorità sembravano impotenti nei confronti dell’epidemia, i forlivesi, come facevano ormai da secoli, ancora una volta si affidarono a Dio e ai santi con tridui e preghiere; così il 25 luglio in Duomo iniziava la solenne adorazione della Madonna del Fuoco, tradizionalmente invocata a protezione da catastrofi naturali e pestilenze. Per tutto agosto il colera non accennò a diminuire ma, così come era cominciato, si spense. Infatti il morbo a settembre diminuì di molto l’intensità tanto che il 18 dello stesso mese si cominciò a smantellare i lazzaretti. A ottobre era tutto finito ma il bilancio si mostrò spaventoso: si stima che su 2000 forlivesi caduti ammalati 1200 non ce la fecero, con la mortalità di circa del 60%.

Comunque si cominciò a guardare al futuro con speranza e così la città salutò la fine del contagio con un triduo di ringraziamento in cattedrale alla Madonna del Fuoco. Comunque il passaggio del colera a Forlì determinò pesanti conseguenze economiche e sociali per la città e il suo territorio, con famiglie semicancellate e la popolazione ridotta ai limiti della sussistenza. Impressionante fu la vicenda degli orfani, bande di ragazzini abbandonati a loro stessi che vagavano per strada, come racconta il cronista forlivese ottocentesco Calletti “raminghi e pezzenti a domandar un tozzo di pane per vivere ed un cencio per coprirsi lungi da qualunque principio di religione, di educazione, di civiltà”.

Paolo Poponessi