La globalizzazione dei mercati ci regala spesso assonanze tra società culturalmente molto diverse tra loro ma unite dallo stesso spirito capitalistico. La riviera romagnola e le isole del golfo del Siam in Thailandia hanno subito dal punto di vista del mercato del lavoro un’evoluzione simile, sebbene spinta da logiche di mercato in parte diverse. La corrispondenza tra Romagna ed alcune isole thailandesi potrebbe esser quindi letta con la stessa chiave con cui il sociologo Max Weber scrisse “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, saggio nel quale Weber identificava nel lavoro l’essenza del capitalismo e riconduceva all’etica della religione protestante, lo spirito del capitalismo.

In questo caso l’etica riconducibile allo spirito capitalista sarebbe quella turistica, etica che sembra accomunare romagnoli e thailandesi e visto il mercato globale, non solo loro. Il legame è rappresentato dal fatto che gli operatori turistici di queste zone nel corso del tempo hanno cambiato la provenienza del personale operante nei propri esercizi turistici. Trentanni fa in Romagna i lavoratori in ambito turistico erano tutti italiani, molti dei quali romagnoli, oggi sono quasi tutti stranieri. È accaduta la stessa cosa nelle isole del golfo del Siam dove giardinieri, pizzaioli, camerieri, cuochi, addetti alle pulizie, baristi, perfino le massaggiatrici un tempo quasi tutti thailandesi (molti dalla regione rurale dell’Isaan) sono stati sostituiti oggi da lavoratori birmani.

Costano molto meno, spesso non hanno alcuna qualifica per la prestazione d’opera che forniranno e accettano con soddisfazione, visto che le condizioni e le opportunità lavorative in Birmania restano di gran lunga peggiori. La scelta di assumere lavoratori birmani, ora che i rapporti tra i due paesi sono stabili e le relazioni diplomatiche “discrete”, è dettata poi da interessi comuni: la Birmania riduce i disoccupati incamerando al contempo i soldi dei lavoratori birmani inviati a casa mentre la Thailandia ottiene personale a bassissimo costo per i propri operatori turistici. Uno spirito capitalistico che massifica i profitti senza avere tra l’altro il problema occidentale dell’alto costo del lavoro e che non ha per ora minato la condizione dei lavoratori thailandesi “sostituiti”, in quanto questi ultimi hanno lasciato tali occupazioni grazie all’opportunità di sceglierne altre molto più redditizie.

Non dimentichiamoci infatti che il turismo thailandese è in continua crescita, ha numeri da capogiro, si guadagna molto ma molto di più facendo il tassista, la guida, portando i turisti in varca per fare immersioni, snorkeling, con un piccolo negozio, facendo il pescatore e rivendendo il pesce ai ristoranti. Il personale turistico thailandese ha quindi potuto ritagliarsi lavori “migliori”. Operatori turistici, personale birmano e lavoratori thailandese in definitiva tutti soddisfatti. Sembra quindi che il cerchio si chiuda perfettamente, almeno per ora ma in realtà non è così. Il liberismo economico non tiene conto di un fattore che inevitabilmente prima o poi sarà un nodo che verrà al pettine: la crescita economica non può essere infinita e quando il profitto dei lavoratori thailandesi non sarà più proficuo come oggi, il mercato offrirà probabilmente nuovi “poveri” per sostituirli ma sarà allora che quello stesso mercato del lavoro diventerà “ostile” e l’economia turistica oggi distribuente manna dal cielo per tutti, non sarà più così generosa.