Mercatone Uno

«Negli ultimi mesi si è parlato moltissimo dell’idea che in Italia esistono due culture, una dell’odio e una dell’amore, di quale debba prevalere e di come fare in modo che prevalga. L’ultima campagna elettorale durante le elezioni regionali è stata effettivamente basata solo su questo dualismo: il dilagare di odio, strumenti e figure (anche istituzionali) potenti che lo diffondono e se ne servono e la necessità di costruire una “cultura dell’amore”.
Ma c’è qualcosa che non va, perché non esistono risposte semplici a fenomeni complicati, non esistono scorciatoie. Perché noi siamo fatti di amore, ma anche di odio.

Una piccola inchiesta uscita poco tempo fa su chi erano gli odiatori in rete, evidenziava perlopiù persone la cui condizione economica è cambiata radicalmente a causa della crisi e non gente semplicemente frustrata perché “di carattere è fatta così”. Odio digitale e disagio sociale vanno di pari passo quindi. Svegliarsi una mattina e scoprire di essere senza lavoro.
Un “buco” di oltre 90 milioni di euro di debiti, la chiusura di tanti stabilimenti e la perdita del posto di lavoro per tante e tanti, la disperazione di tante famiglie, di clienti beffati, di fornitori non pagati. 
E poi scoprire che di tutto questo nessuno è colpevole, che proprio il Tribunale di Bologna ha assolto tutti gli imputati per il fallimento di “Mercatone Uno“. Tutti assolti con formula piena mentre la procura aveva chiesto la condanna con pene fino a 4 anni e 4 mesi.

Ecco questo porta rabbia e odio! E se i bersagli diventano gli immigrati, i diversi da noi, è perché quei bersagli sono alla portata di tutti, si vedono, sono presenti in carne ed ossa davanti a noi e qualcuno ha suggerito che è proprio colpa loro se non c’è lavoro, casa popolare, se c’è da aspettare mesi per una visita medica, se le fabbriche licenziano. Non basta però dire che “quelli” non c’entrano niente, che non è lo straniero ad aver “rubato” il lavoro, la casa, il futuro. Anche perchè il fatto che c’è bisogno di arrivare a fine mese, che si vive in una periferia abbandonata, che si desidera una pensione non da fame e una stabilità sociale, resta. Bisognerebbe provare – e qui sta la parte difficile nella quale Potere al Popolo si impegna dalla sua nascita – a rendere visibile chi davvero ci ha messo in quella condizione e trovare soluzioni per una necessaria e democratica giustizia sociale».

Valentina Rossi capogruppo di Potere al Popolo nell’Unione dei Comuni della Romagna forlivese