Vietina: «Ausl Unica esperimento fallimentare, garantire il Servizio Sanitario nei Comuni periferici»

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Quando penso all’Ausl unica dell’Emilia Romagna mi viene in mente solo un termine: “Incompiuta”. Non perché la consideri al pari di una sinfonia che, solo per sfortuna, non è stata completata dal proprio autore: quest’organo è molto più simile a una cacofonia dove ogni strumento, ogni parte, suona una musica diversa, a un ritmo diverso, mentre il direttore d’orchestra non sa bene che pesci pigliare. Partiamo dal nome: “Ausl unica”. Ci vuole un bel coraggio a definire unica una realtà in cui neanche i sistemi informativi delle diverse componenti riescono a dialogare fra loro! Voluta dal PD e dal presidente uscente Bonaccini, questa sorta di chimera nata unendo pezzi incompatibili fra di loro ha progressivamente peggiorato il livello qualitativo della sanità nel nostro territorio: penso alle code interminabili al pronto soccorso di Forli, le liste di attesa di oltre tre anni per essere operati di un’ernia inguinale, ma anche l’ormai cronica l’insufficienza dei posti letto che vede ricoveri promiscui maschili e femminili nella stessa stanza”. Così Simona Vietina, deputata di Forza Italia e sindaco di Tredozio.

Se il primo pensiero va a chi su questa sanità dovrebbe contare e che oggi non trova un livello di servizio adeguato a un territorio che potrebbe essere il fiore all’occhiello del nostro Paese e dell’Europa, il secondo non può che andare direttamente a chi la sanità la vive “in trincea”: “Medici, infermieri, operatori socio-sanitari – prosegue la parlamentare azzurra – sono veri eroi: operano giorno e notte dando il meglio in ogni momento ma sono troppo pochi, troppo poco tutelati, non adeguatamente remunerati e sottoposti quotidianamente a numerosi rischi, da quelli strettamente connessi alla professione a quelli legati ad un’utenza che, al limite dell’esasperazione, spesso se la prende con chi non ha nessuna colpa. Molti se ne sono andati, travolti dall’amarezza e dal disagio in cui si trovano ad operare quotidianamente: penso al pesante atto di accusa dell’ortopedico di Faenza che a 50 anni di età e quindi nel fiore della competenza medica è stato costretto ad abbandonare il proprio lavoro per il profondo disagio e per le insormontabili difficoltà burocratiche in cui è stato costretto ad operare”.

C’è poi un problema di presenza sui territori delle strutture sanitarie: “Bonaccini – prosegue Vietina – dice che la Borgonzoni esagera quando dice che a un malato oggi tocca fare anche 60 km per potersi curare, vista la carenza di strutture nei comuni periferici. Vorrei ricordare al presidente uscente che può anche considerarla un’esagerazione ma la verità dei fatti è che ogni cittadino di Tredozio, il comune appenninico di cui sono sindaco, per raggiungere l’ospedale di Forlì, la struttura di riferimento, è costretto a fare oltre 50 km. Per noi, caro Stefano, queste distanze sono la normalità, anche se non dovrebbero esserlo e potrebbero non esserla”.

Diventa imprescindibile, secondo la deputata, un chiaro segno di discontinuità: “Il direttore generale Tonini si è dimostrato chiaramente incapace di gestire la creatura che gli è stata affidata ed è opportuno che si faccia da parte. Sul fronte operativo, poi, molto può essere fatto: penso alla proposta delle aperture notturne e del weekend che è stata oggetto di tanto scherno. Non era certo la dimostrazione che Lucia Borgonzoni e Matteo Salvini non conoscono il nostro sistema sanitario: alla base di quella dichiarazione c’era una precisa presa di posizione: il servizio sanitario pubblico utilizza strumenti diagnostici costosissimi che hanno un ciclo di vita medio di 5 o 6 anni. Quando questi strumenti vengono dismessi non è per usura ma per obsolescenza: la tecnologia è andata avanti e sono diventati disponibili nuovi strumenti più efficaci, più rapidi, più affidabili. Ma la verità è che mandiamo “in pensione” strumenti che sono stati sottoutilizzati. Da qui la proposta di effettuare esami strumentai anche nelle ore notturne e nel weekend, previo accordo con i dipendenti delle strutture: in questo modo sfrutteremmo adeguatamente ciò che abbiamo a disposizione e, nel contempo, finiremmo con il ridurre in modo importante le liste di attesa! In questo modo, inoltre, smetteremmo di favorire il flusso di pazienti dalla sanità pubblica a quella privata almeno per quanto concerne tutti quei pazienti che “migrano” a causa delle interminabili attese a cui sono costretti oggi”.

Un ultimo pensiero, infine, va al Nuovo Ospedale di Cesena: “È sicuramente una necessità garantire ai pazienti la disponibilità di una struttura all’avanguardia e, finalmente, antisismica. Tuttavia sottolineo che stiamo parlando di sanità pubblica quindi i fondi per i nuovi plessi dovrebbero provenire direttamente dallo Stato e dalla Regione e “sottrarre” 56 milioni di euro dalle casse della Ausl unica significa “sottrarli” ai servizi al cittadino”.

Credo davvero – conclude Vietina – che alla sanità Romagnola occorra un cambiamento radicale, come occorre alla Regione Emilia Romagna: bisogna superare le storture dell’Auls unica, servono più risorse, più personale per garantire servizi di livello adeguato e per smaltire liste d’attesa che non sono degne della nostra Regione. Bisogna aiutare i territori periferici riaprendo i pronto soccorso. Bisogna cambiare e finalmente c’è l’occasioni di farlo e di scardinare strutture di potere che si sono insinuate fin nel cuore della nostra sanità. Sono certa che, a partire dal 27 gennaio, quando le urne avranno emesso il loro verdetto, per la nostra sanità comincerà una nuova era, con il paziente al centro e un’inequivocabile tensione all’eccellenza”.